Per questo venerdì, a ridosso del 25 aprile e della Festa della Liberazione scelgo un libro che amo molto, e faccio leggere ai miei alunni di terza: Il sergente nella neve, di Mario Rigoni Stern.
Il Sergente nella neve racconta una storia autobiografica: il ritorno dell’autore, il Sergente Rigoni Stern, dalla campagna di Russia, insieme ai suoi alpini. Rigoni Stern faceva parte di un battaglione della Divisione Tridentina, che rispetto alle altre conservava ancora forze e equipaggiamento; nel libro rievoca la dolorosa ritirata dell’ARMIR, e la prodigiosa battaglia di Nikolajewka, con la quale gli alpini ruppero l’accerchiamento dei soldati russi che li avevano chiusi in una “sacca”.
Un libro straordinario, coinvolgente, senza un filo di retorica, diretto. Uno stile asciutto, semplice, come semplice è l’animo dei montanari e degli alpini che lo stesso autore-protagonista conosceva bene, essendo nato e vissuto nell’altopiano di Asiago.
Gli orrori della guerra, la solidarietà dimostrata dal popolo russo, nemico, ma capace di accogliere nelle isbe i poveri alpini in ritirata. Bellissimo l’episodio in cui i soldati russi e il soldato italiano mangiano insieme nell’isba, muti, vicini, come se non fossero più soldati nemici, ma solo uomini che hanno sofferto, soffrono e vogliono sopravvivere.
Il mio personaggio preferito? Il Giuanin, bresciano, che tormenta Rigoni Stern con la domanda: ““Sergentmagiù, ghe riverem a baita?” cioè Sergente maggiore, arriveremo (torneremo) a casa?
Pochi, davvero pochi sono tornati a baita. Ed è giusto ricordarli.
Come ha fatto Marco Paolini con il suo monologo, tratto dal libro di Rigoni Stern; ecco un piccolo estratto: http://www.youtube.com/watch?v=aCqrKAQHTqQ
