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L’inverno del nostro scontento: febbraio corto e amaro

Pubblicato marzo 2, 2013 da labiondaprof

camminare1Sono stata assente non perché intenta a crogiolarmi in qualche spiaggia caraibica, purtroppo, ma perchè l’inverno del nostro scontento non è ancora finito. E dire che sto vivendo un periodo difficilino è come dire che Grillo è un comico abbastanza benvoluto dalla gente. Conto di rialzarmi, faticosamente però, come la piccola bionda della fotografia.

Allora, il dono della brevitas, come dice Severgnini, credo di averlo sempre avuto, quindi andrei per sommi capi, alla Bridget Jones, orsù:

Fidanzati/mariti: Uno, molto impegnato. Passa da casa con la stessa frequenza della cometa di Halley.

Figli: Una, che ha ballato vestita da principessa con una mostruosa allergia tipo peste bubbonica nel ponte di Carnevale, che ha ben pensato di trascinare una tossetta stizzosa nei giorni più pesanti di lavoro, alternandola piacevolmente a brevi puntatine di febbricola. E quest’anno sono rose e fiori rispetto all’inverno scorso.

Lavoro: Uno ufficiale, la scuola. Ecco, diciamo: altro che 18 ore settimanali… e mi fermo qui solo per evitare moccoli vari. Il blog, la scrittura, le collaborazioni: tutto fermo. Dovevo prima sopravvivere alla rogna di febbraio.

Hobby: chi li ha visti? Acquagym, lettura, moda? Parole oscure come le profezie di Nostradamus.

Kg persi/o messi: boh. Dovrei avere il tempo di pesarmi.  Orari strani e alimentazione varia, più che varia, schizofrenica. Bevo brodo come una nonnina di 90 anni. Poi però mangio patatine come un’americana al Drive in.

Libri letti: uno. Solo uno… però mi è piaciuto molto, ne parlerò in uno dei prossimi venerdì del libro, se ce la farò.

Capelli: dopo settimane di meditazione, e mille appuntamenti rimandati (neve, malattia, ancora neve, allergie della Biondina, febbrine della stessa…), un taglio nuovo e un colore un po’ più chiaro. Per andare incontro alla primavera, se Iddio vorrà che arrivi, con un taglio che non mi faccia sembrare Susanna Camusso, con tutto il rispetto.

Auto: – Una. E qui vorrei evitare di rendere il mio blog una sequela di madonne, sacramenti, parolacce e cruente imprecazioni. Ma io auguro ai ladri della mia povera macchinina quello che Alex Drastico augurava ai ladri del suo motorino, e anche qualcosa in più. Perché Alex Drastico era cattivo, ma io lo sono di più.

Voti: tre. Tre ne ho dati, domenica scorsa. Appiedata e sotto la neve. Incattivita e indecisa fino all’ultimo.

Paese ingovernabile: Uno. L’Italia.

Progetti per il futuro: uscire dal tunnel, grazie. Io, e magari anche l’Italia.

Ancora le 24 ore: all day long

Pubblicato novembre 14, 2012 da labiondaprof

Allora, per Profumo e per chi dice che 18 ore settimanali di lezione frontale sono poche, potrei raccontare che:

  • oggi è il 4°  mercoledì di seguito che sono a scuola dalle 15 alle 18. Perché?Consigli di classe, riunione per elezioni dei rappresentanti dei genitori, corso di affettività obbligatorio, progettazioni di classe.
  • che ho un pomeriggio fisso di lezione, e tutte le mattine impegnate. Già, perché le ore buche si passano a correggere, preparare lezioni e verifiche,verifiche personalizzate, graduate e carte su Pep, Gite, Corsi affettività, Corsi dipendenze, Corsi alla cittadinanza e altre cartacce che il diavolo se le porti
  • che io ricevo il lunedì, ma ho mamme che lavorano e mi chiedono se possono venire a colloquio con me il sabato, o dopo le 13, o il pomeriggio alla fine delle lezioni. Cosa faccio, dico di no? Però il mio dentista non mi dà appuntamento il sabato solo perché io lavoro. Lui è considerato un professionista, io una prof che, se vuole, può trovare tempo extra da “regalare” a genitori o colleghi o altro
  • che mediamente, dopo 4 ore di lezione di seguito senza poter lasciare le classi, andare in bagno, bere o mangiare, rilassarmi 3 minuti, smettere di stare in allerta insomma, sono più stanca di un’impiegata che magari, se il capoufficio non incombe 8 ore al giorno, lavora con calma, va in bagno quando vuole, nfila una telefonata personale, una pausa caffè e un giro su facebook. (o su siti di gossip).

Ma tutte queste cose le ho già lette in mille siti di insegnanti, a volte con tono simpatico e dissacrante, a volte con tono corporativo e lamentoso.

Invece, preferisco riferire un episodio fresco di giornata: un mio alunno, alla 3 ora di seguito passata insieme, dovendomi chiedere una chiarificazione su un esercizio, in tutta scioltezza mi si rivolge chiamandomi così: Mamma, ma… Poi si ferma, diventa rosso, tutta la classe ride e rido anche io. Lui sospira e poi sorride. E l’incidente si chiude così, con me che, ancora sorridendo, proferisco: No, ma dimmi, dimmi…

Che ne dice, Ministro? Non è il segno che forse gli insegnanti passano addirittura troppe ore a scuola? Al punto da essere identificati con una sorta di mamma putativa?

Puntualmente, almeno due volte l’anno, nelle classi prime si ripete questo episodio; una volta, anni fa, sono stata apostrofata con Papà…

Forse ero un po’ più autoritaria in quella classe, non so.

E ora, scusate, devo andare al corso di affettività.

Ah, per fare l’insegnante fannullona aspetterò il mio giorno libero, che non è diritto, ma solo prassi, perciò un anno c’è e l’anno seguente può non esserci più.

Inserimento e accoglienza: coccole e osservazione

Pubblicato ottobre 1, 2012 da labiondaprof

C’è qualcosa di sbagliato nel fatto che l’inserimento di mia figlia all’asilo (due anni fa nei piccoli), compreso di coccole, pianti e moccio in libertà, sia durato meno della fase dell’accoglienza di molte scuole medie che conosco?

Secondo me, sì.

Articoliamo. Nei giorni cosiddetti “dell’accoglienza” i professori non spiegano e non interrogano. Che fanno allora ? Che domande, accolgono: parlano, fanno parlare gli studenti, creano un clima disteso e sereno, si mostrano sorridenti e bendisposti verso gli alunni, possono leggere il regolamento del Consiglio d’Istituto e spiegarlo punto per punto, a volte propongono questionari sugli interessi degli studenti, mostrano i laboratori, le aule, la mensa, la palestra, i bagni. Accolgono come dei veri animatori di un villaggio vacanze, mostrando il meglio che la scuola può offrire: manca solo l’aperitivo di benvenuto…

Solo dopo qualche giorno si iniziano le attività predisposte per l’accoglienza ma guai ai professori se osano far lezione, cioè spiegare ed interrogare! Cosa devono proporre? Attività diciamo così esplorative, quali temi dal titolo “Cosa vi aspettate dalla nuova scuola?”(per le prime classi) o “Cosa vi aspettate dal nuovo anno scolastico?”(dalla seconda classe in poi). E ancora: cartelloni sui propri eroi (personaggi mitici, storici, o sportivi, cantanti etc), visione di film su temi particolari come l’adolescenza, la guerra, la condizione femminile, laboratori espressivi Insomma, per una settimana buona, a volte anche qualche giorno in più, a scuola non si fa scuola. Non nel senso che intendo io. E, finché vige la libertà d’espressione, e di insegnamento, penso di poterlo dire. E scrivere.

Io mi ricordo che il primo giorno delle elementari la maestra ci fece iniziare a scrivere la A, in stampatello e in corsivo. Alle medie l’insegnante di italiano ci fece presentare brevemente e poi ci fece fare delle prove di lettura. Alle superiori, Liceo Scientifico, l’insegnante di matematica ci spiegò il primo argomento di algebra e ci diede 24 espressioni da svolgere. Per il giorno dopo. Io lo dissi a casa, sconfortata, e mio padre mi disse: «Forse sono tante. Però hai voluto iscriverti allo Scientifico, lo sapevi che ci sarebbe stata tanta matematica, no?».

Nella scuola-villaggio vacanze di oggi, se un professore si sognasse di saltare la fase accoglienza e passasse subito a fare lezione, cioè spiegare e poi interrogare, verrebbe ostracizzato dai suoi colleghi, attaccato dai genitori e dovrebbe giustificare con il dirigente la sua mancata osservanza del protocollo di accoglienza. Poi si parla, a vanvera, di autonomia delle scuole e di libertà d’insegnamento.

Ci vogliono animatori, sorridenti e accoglienti.

Che poi, io sorridente e accogliente lo sono per natura, ma vorrei far capire loro, dal primo giorno, che a scuola si impara e si sta bene, non che si sta bene e si sorseggia il mojito…

Ex alunne, principesse e una biondina

Pubblicato luglio 19, 2012 da labiondaprof

In estate siamo spesso via. In questi ultimi giorni però siamo a casa, al paesello. E fa caldino, insomma, caldo vero, direi. Almeno per un’insofferente come me, che adora la montagna e il freddo.

Io e la Biondina siamo grandi frequentatrici di piscine e parchi. Piscina il pomeriggio, parco la sera. Così rivede un po’ le compagne dell’asilo o un amichetto, G., figlio di una mia cara amica.

A volte però capita che incontriamo le mie alunne, le ragazzine appena uscite dalla mia classe terza.

Non avendo più impegni, ora escono tutte le sere e in gruppo. Sciamano cinguettanti per il paesello e quando passano, sembra che si mangino la strada, in un tripudio di lucidalabbra, capelli lunghi e lisci, shorts e ballerine.

Sono belle, sono spensierate e hanno una voglia pazza di sentirsi grandi; è passato molto tempo, ma l’estate della terza media me la ricordo bene. Una terra di mezzo tra il rassicurante mondo delle medie e delle certezze e l’aspettativa, venata appena di un filo d’ansia, di un mondo nuovo che si sarebbe aperto a settembre, con l’ingresso nelle scuole dei grandi, le scuole superiori. E mi ricordo anche le prime sigarette, che per fortuna sono state anche le ultime. Una sorta di battesimo del fumo, per così dire.

Perciò le capisco. O almeno, così mi sembra.

Poi capita che le incontro al parco, ci salutiamo e … dopo 3 minuti mia figlia prende il pieno possesso della situazione. Chiede di giocare con loro, si fa rincorrere nell’erba, spingere sull’altalena, prendere in braccio. Poi le adula “Che bel nome, A.”, ha sussurrato dolcemente ad una di loro, che ha carinamente contraccambiato il complimento.

Da E. invece si è fatta rincorrere sulla collinetta, e scortare sull’arrampicata. Si è fatta aiutare a fare dei salti carpiati sull’arrampicata, mentre le raccontava dei suoi cartoni animati preferiti e sproloquiava di Rapunzel e dei suoi capelli. Poi, ero seduta poco lontano, ho visto E. afferrarla al volo per salvarla da un cagnolino invadente che forse voleva morderla o forse solo leccarla un po’. Scappavano e ridevano.

Ed ho provato una bella sensazione: le mie alunne, ormai cresciute, che sapevano relazionarsi con una bimba piccola e pestifera , ed erano attente, responsabili, capaci di stare con lei.

Come un cerchio, tutto al femminile, che si chiude.

La stessa sensazione che ho provato l’anno scorso, quando una mia ex alunna ormai al quarto anno di superiori era stata per due settimane all’asilo, per uno stage. Una mattina sono entrata nella classe della Biondina e l’ho vista là, seduta in mezzo ai bimbi. Bella, grande e felice di provare quello che forse sarà il suo lavoro.

E l’anno prima lo stesso episodio, con un’ex alunna che si è maturata quest’anno.

Un cerchio che si chiude, tutto al femminile, di cui sono contenta e un po’ orgogliosa di far parte.

Foto di classe

Pubblicato aprile 2, 2012 da labiondaprof

Quando qualcuno, che non conosce il mondo della scuola, mi chiede: «Ma i tuoi alunni come sono? Sono bravi?». Io rispondo sempre: «Certo, sono proprio bravi».

Ma come si fa a parlare generalmente di alunni? Ognuno di loro è diverso. E, nonostante insegni da un po’ di anni, non ho mai avuto nessuna classe uguale ad un’altra. Che, tra parentesi, è anche il motivo per cui quando mi chiedono se non mi annoio, anno dopo anno, a spiegare le stesse cose, posso rispondere che no, non mi annoio, perché ogni classe ha il suo stile, il suo modo di studiare, o di non studiare, e il suo modo di affrontare gli argomenti che propongo. Come già dicevo qui

Come ogni insegnante sa, se è pur vero che ogni classe è diversa, è altrettanto vero che in ognuna compaiono delle tipologie di alunni, dei “tipi” che, come le maschere della Commedia dell’Arte, mettono in scena dinamiche simili.

  • C’è l’alunno secchione, che studia per il voto ed esibisce i suoi voti come medaglie. Generalmente non risulta simpatico ai suoi compagni, anche perché non suggerisce mai, non lo farebbe nemmeno sotto tortura. I professori spesso peggiorano la situazione, lodandolo davanti all’intera classe, e scavandogli per sempre la fossa dove seppellire la speranza di farsi qualche amico in classe. Passa gli intervalli attaccato a qualche professore giovane, unico simulacro di amicizia che riesca a coltivare.
  • L’alunno intelligente: non si ammazza di studio, ma riesce bene in tutto. Spesso è anche sportivo, coltiva tanti interessi oltre la scuola e mantiene rapporti rispettosi ma distaccati con i professori. In classe va d’accordo con tutti e spesso stringe amicizie durature con le pesti della classe, dimostrando così un precoce istinto politically correct. Guarda anche le ragazzine, ma più spesso è inconsapevole del suo fascino di bravo ragazzo.
  • L’alunno saputello. La maggior parte dei suoi professori lo teme come la peste: egli non è particolarmente intelligente, né può vantare i voti del secchione, ma tormenta l’insegnante con le sue domande fuori luogo, poste solo per impressionare l’uditorio. Cita a casaccio puntate di Superquark, letture di Focus e siti divulgativi in Internet. Spesso la sua fine è miserabile: spernacchiato dai compagni e tacitato senza troppi riguardi dai professori. Si sfoga sui fratellini o cuginetti più piccoli, che lo ascoltano come l’oracolo.
  • L’alunna vanitosa. Ogni classe ne ha almeno una in dotazione, spesso più d’una. Ella vive la sua giornata scolastica come una grande occasione di farsi ammirare. Scuote le chiome quando è interrogata alla lavagna, si rimira nello specchietto durante le lezioni, si spia nelle vetrate dei corridoi, si specchia beata nello spogliatoio prima e dopo le lezioni di ed.fisica. È totalmente impermeabile a discorsi che non riguardino il suo aspetto; le uniche lezioni che segue sono quelle di Storia dell’arte, perché si immedesima con la Venere di Botticelli e con le donne ritratte da Boldrini.
  • L’alunna innamorata. La si riconosce facilmente: esibisce occhi a cuoricino per tutto l’anno scolastico. Inoltre passa le ore a spiare sms d’amore sul cellulare o a trascrivere canzoni d’amore sul diario. Quando è felice ha la camminata saltellante e allegra di Winnie the Pooh; quando è affranta lascia scie di lacrime per tutto l’edificio e cammina circondata dalle amiche, tipo coro greco.
  • L’alunno servizievole: si offre per ogni piccolo incarico, in modo compulsivo e reiterato. Distribuisce fotocopie, ritira ricerche e le consegna all’insegnante, corre a chiamare la bidella se l’insegnante ne ha bisogno, porta avvisi e comunicazioni nelle altre classi. Avvia e predispone il computer o la Lim in classe, ricopia appunti per i compagni assenti, trasporta libri e registri in sala professori. Quando torna a casa è troppo stanco per studiare, e poi non riuscirebbe lo stesso: non ha capito una parola di nessuna lezione, era impegnato a rendersi utile.
  • L’alunno chiacchierone: chiacchiera sempre e ovunque. Nell’atrio, in classe, in palestra, nel laboratorio linguistico, in quello scientifico, all’intervallo, al cambio dell’ora, durante l’ora, mentre scrive, mentre l’insegnante spiega, mentre prende appunti. Si ammutolisce solo quando è interrogato: lo psicologo lo ha chiamato mutismo selettivo ed ha consigliato di curarlo. I suoi insegnanti suggeriscono, come cura, una terapia d’urto: legargli la lingua con materiale atossico e non pericoloso. Da settembre a giugno dovrebbe bastare.
  • L’alunno timido. Non parla mai; ha cura di sistemarsi in ultima fila, dietro l’alunno più alto della classe. Il suo intento sarebbe quello di sparire, di trascorrere i suoi anni scolastici senza essere mai chiamato, interpellato, interrogato. Quando lo si chiama, risponde «Io?», con il tono incredulo del passante che viene fermato per strada dal giornalista a caccia di opinioni. Per le imperscrutabili leggi delle dinamiche scolastiche, spesso è l’amico del cuore dell’alunno chiacchierone.
  • L’alunno che ha sempre la scusa pronta. Simpatico e sfrontato, non ha mai il libro, il quaderno, il diario, l’astuccio, la cartelletta dei disegni, il compito. Però ha un repertorio di scuse da far invidia a Jonh Belushi in The Blues Brothers (Le cavallette…) e una fantasia degna di uno scrittore di fantasy
  • L’alunna fashion: attende la gita per sfoggiare i suoi ultimi capi. Per gli insegnanti non prova nessuna stima: sono troooppo antiquati! Si rivolge solo ad eventuali supplenti giovani e carine per chiedere loro dove hanno acquistato quel favoloso paio di stivali così trendy.
  • L’alunno ribelle. Ciuffo alla James Dean, situazione familiare difficile, tanta rabbia repressa che rischia di esplodere una o due volte al giorno. È il terrore dei giovani supplenti perché, come un lupo nel branco, rispetta solo chi si dimostra più forte: il professore alfa. Quando lo riconosce, si comporta bene solo con lui, studia solo la sua materia, ascolta solo i suoi suggerimenti. E gli altri che si arrangino,  per lui semplicemente non esistono.
  • L’alunno negoziatore. È il sindacalista della classe, colui o colei che deve sempre prendere le parti sia dell’insegnante sia dell’alunno di turno. Cerca il compromesso, la soluzione, è una sorta di Metternich scolastico e la classe è il suo Congresso di Vienna
  • L’alunna viperetta: sveglia, furba e veloce. Di mente e di favella: ha sempre la battuta pronta, sa imitare i compagni e i professori. Studia il necessario, si barcamena e dà il meglio solo nelle prove finali. Vende bene quello che sa, è campionessa nell’arte di girare attorno alla risposta e stordire l’insegnante di chiacchiere per evitare le domande più difficili.

E voi, che tipo di alunni siete stati?

Cartoomix: Diabolik, alunni e soprese

Pubblicato marzo 22, 2012 da labiondaprof

Un mio collega, appassionato di fumetti, da anni porta le classi terze alla mostra dei fumetti Cartoomix a Milano.

Ormai è un appuntamento fisso, e i ragazzi apprezzano. La mia terza è andata alla mostra venerdì scorso, poi ha anche visitato il Museo del Novecento, sempre a Milano. Beh, hanno apprezzato i fumetti, ma, mirabile dictu, anche il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.

Incredibile, no? Ok Diabolik, ok Eva Kant, ma ciò che li ha colpiti davvero sono state le dimensioni, spettacolari a parer loro, del quadro che celebra i lavoratori

I ragazzi sono pieni di sorprese.

Homeschooling in Italia: perché?

Pubblicato marzo 20, 2012 da labiondaprof

Ho già parlato dell’homeschooling in un mio post, e in una serie di commenti ad un post di Loredana Lipperini.

So che negli Stati Uniti i genitori che praticano l’ homeschooling lo fanno essenzialmente per  motivi religiosi: sono contrari al fatto che nelle scuole si insegni Darwin e l’evoluzionismo, invece del contenuto della Genesi relativo alla creazione del mondo e alla creazione dell’uomo da parte di Dio.

Non vogliono che i loro figli siano “esposti” ad una scuola laica, e preferiscono tenerli a casa con loro per impartire personalmente lezioni di scienze, matematica, inglese e altre materie.

Non riesco ad immaginare nulla di più asociale, di più chiuso e di più cieco di questo atteggiamento nei confronti dei figli.

So che anche in Italia si sta diffondendo la pratica dell’homeschooling, e molti genitori sono convintissimi di fare così il meglio per i propri figli.

Trovo veramente arrogante l’atteggiamento di questi genitori: innanzitutto sono sicuri di avere le competenze per insegnare tutte le materie della scuola primaria e secondaria? E di saper adattere le materie alle diverse età del figlio, soprattutto se ne hanno più di uno? Hanno tempo da dedicare in modo esclusivo a questa attività? Così tante ore al giorno? Non lavorano?

E poi, credono che tenere i propri figli sotto una campana di vetro, evitar loro il confronto con altre realtà e altri bambini, rinchiuderli in una gabbia dorata, isolarli dai loro coetanei sia il meglio per i propri figli? Perché?

Curiosando tra i blog italiani che trattano di homescholing, ne ho trovati alcuni che mi hanno fatto rizzare i capelli in testa, uno poi già dal nome: http://miofiglioascuolanoncelomando.blogspot.it/

Hanno una fiducia così grande nei loro mezzi e una sfiducia così abnorme nei confronti della scuola, pubblica o privata che sia? Perché?

Quando ho accompagnato la Biondina all’asilo per l’inserimento, mi sono sentita morire quando ho dovuto lasciarla, prima per un’ora, poi per tutta la  mattina e poi per tutto il giorno. Ma sapevo che era la cosa giusta per lei, e anche per me. Lei ha imparato a stare con altri bambini, ad ascoltare la maestra, a capire che non può fare/dire/avere tutto ciò che vuole nell’istante in cui lo vuole; ha imparato a  mangiare con gli altri, ad aiutare il compagno in difficoltà e a chiedere aiuto quando ha bisogno.

Io ho imparato che mia figlia  non è mia; ho imparato che, crescendo, avrà bisogno ancora di me, ma non della mia presenza costante 24 ore al giorno; ho imparato che può apprendere da altre persone, oltre che da me, dal papà e dai nonni, ed ho imparato che è felice di tornare a casa dall’asilo e raccontarmi cosa è successo.

Poi, certo, so anche che non sarà sempre facile: avrà delusioni dalle amichette, non capirà alcune decisioni della maestra, si sentirà triste per un rimprovero, spaventata da un compito che le sembra difficile, misurerà il suo naturale egoismo di bambina con quello dei suoi coetanei. Ma, così facendo, crescerà e imparerà i suoi limiti e i suoi punti di forza.

Bene, in un articolo di Vittorio Zucconi sulla rivista D, ho trovato espresse le  mie stesse idee:

Don Lisander

Pubblicato marzo 7, 2012 da labiondaprof

227 anniversario della nascita di Alessandro Manzoni

La bella coincidenza è che stamattina ho interrogato sui Promessi sposi.

E sono entrata in classe con questa immagine stampata.

Inutile dire che, così facendo, ho fatto divertire i miei alunni; poi però li ho interrogati.

Più seriamente: come molti, quando leggevo Manzoni alle superiori, non ci trovavo poi chissà che cosa.

Poi, all’Univerisità, me ne sono innamorata.

Oddio, gli Inni sacri non mi fanno impazzire nemmeno ora.

Però l’Adelchi e i Promessi Sposi li amo proprio.

Il guazzabuglio del cuore umano; troncare e sopire, sopire e troncare; il bel cielo di Lombardia.

Verrà un giorno…; Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia; La mattina dopo Don Rodrigo si svegliò Don Rodrigo; Il mio unico guaio è stato quello di voler bene a voi; con la lieta furia di un uomo di vent’anni che deve sposare quel giorno quella che ama.

Ma soprattutto queste parole: “Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”. Mi hanno aiutato in una circostanza della mia vita, e non le scorderò più.

Uomini

Pubblicato marzo 5, 2012 da labiondaprof

Il funerale, ieri, di Lucio Dalla.
Le parole del suo compagno, e il suo pianto.Ho guardato mio marito, il borgomastro, e a bruciapelo gli ho chiesto: “Ma tu non li avresti sposati, due che si amavano così?”. Lui non mi ha risposto, però mi ha guardato, ed aveva gli occhi lucidi.

Aggiungo solo una poesia bellissima, che ho conosciuto tramite un film, magari soppravvalutato ma divertente, degli anni Novanta.

Funeral blues

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti e fra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino gli aereoplani lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano i guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: avevo torto.

Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare.

– Wystan Hugh Auden

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