Tempo di scelte

Pubblicato dicembre 19, 2011 da labiondaprof

Quest’anno insegno, anche, in una terza media. Sono una classe di alunni educati e rispettosi, ma non troppo studiosi. E in queste settimane sono ancora più distratti del solito. Il motivo? Non il solito cellulare nuovo, il nuovo flirt o il pensiero di qualche brutto voto (non sia mai!). Ciò che li preoccupa, e davvero in questo mi sembrano cresciuti negli ultimi mesi, è la scelta della scuola superiore. Sono sommersi di informazioni: partecipano agli open day, ascoltano i prof che vengono da noi a presentare la loro scuola, bazzicano l’Informagiovani del territorio, ascoltano i consigli dei genitori, dei fratelli maggiori, degli amici e persino dei loro professori. Io, insegnando in questa classe da tre anni, per un totale di dodici ore a settimana, posso dire di conoscerli bene. E so che, pur nella nebbia delle loro incertezze e della loro svagata superficialità di tredicenni, hanno capito che la scelta che stanno per compiere è importante. Così, a chi mi chiede consiglio, racconto la mia storia: la storia di Elisabetta, un’alunna che diventò insegnante. Sorvolo sugli anni sereni dell’asilo e delle scuole elementari; accenno agli anni delle medie quando, inserita in una classe di bulli, casi umani e futuri portatori di braccia non strappate alle zolle e alla betoniera, la loro futura prof. sopravvive scrivendo diari e i temi più belli della scuola. Vince anche un’enciclopedia sugli animali, con un tema sul Cantico delle creature. Sul finire della terza media, ecco il primo colpo di scena: quando il padre, con l’occhio clinico che lo contraddistingue (ottimo medico e fine latinista), le suggerisce «Beh, potresti proprio frequentare il Liceo classico», Elisabetta, ancora ragazzetta ma già testarda come un mulo, risponde pacata «Beh, invece potrei proprio iscrivermi al Liceo Scientifico.» Ahimè, sono gli anni in cui sembra che l’informatica e i computer salveranno il mondo, gli anni in cui la fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive» si configura come fiducia nella possibilità che le macchine facciano tutto meglio dell’uomo (ma Asimov e le tre leggi della robotica?). Risultato? Elisabetta si iscrive allo Scientifico sognando un futuro da informatica, biologa, chimica o, perché no, dentista. Sono infatti anche gli anni del boom degli apparecchi ortodontici e la poverina non sfugge al destino di tanti suoi coetanei: ferretti, morso, ed elastici in bocca. Due anni di torture, ricompensati poi da un sorriso luminoso e abbagliante… peccato che al Liceo ella sorrida poco e invece pianga molto sui testi di Matematica e di Fisica. Dopo ore di problemi, equazioni, calcoli trigonometrici, derivate, leggi della termodinamica e formule che spiegano massa, energia e universo infinito (anni dopo, si sentirà vendicata dalla parodia di Crozza, insuperabile Zichichi), quando vuole rilassarsi, cosa fa Elisabetta? Traduce versioni dal Latino, parafrasa con gioia il sommo Dante, si commuove con Machiavelli, si bea con Leopardi, filosofeggia con San Tommaso, riflette con gli illuministi, si inebria con i romantici… insomma scopre che la sua vena è quella umanistica e ci si tuffa con vero ardore. Leggenda vuole che, durante lo scritto di Matematica dell’esame di maturità, le appaia Antonello Venditti al pianoforte e le sussurri: «La matematica non sarà mai il mio mestiere». Quando il padre, che cerca di indirizzare razionalmente il destino scolastico della ormai maturata Elisabetta, se ne esce con «Beh, a questo punto, dopo cinque anni di fatiche matematiche, sfrutta un po’ quanto hai imparato… potresti scegliere Economia, Biologia o qualche altra facoltà scientifica», si sente ovviamente rispondere «Beh, a questo punto, dopo cinque anni di fatiche scientifiche, un solo dubbio mi attanaglia: Lettere o Filosofia?» Il padre ricaccia in gola il vaffa che spontaneamente stava per proferire ed è così carino da rinfacciarle solo una volta al giorno, per sei mesi, il fatto che lui aveva già capito tutto anni prima. La madre, conscia dell’importanza dell’apparire oltre che dell’essere, le compra un paio di tailleur per affrontare serenamente l’Università. Cattolica, a Milano. Elisabetta indossa i tailleur, prepara il piano di studi, comincia a frequentare i corsi. E scopre Milano. E la vita universitaria. E le feste. Tra feste e amicizie goliardiche gli anni universitari passano in fretta e arriva il giorno della Laurea. Seguono anni di disoccupazione, impieghi in altri settori. Particolarmante traumatizzante è l’esperienza come addetta e poi responsabile del personale in una ditta di piccole-medie dimensioni. I suoi occhi vedono cose che pensava potessero accadere solo nei film di Fantozzi. Riassumiamo tutto questo periodo con un semplice concetto: se fosse rimasta più a lungo in quella ditta e in quel ruolo, Elisabetta avrebbe scavalcato Bertinotti a sinistra. Per fortuna, dopo un lungo periodo di agonia lavorativa ed esistenziale, ella vive l’euforizzante esperienza di licenziarsi, annunciandolo al suo capo da un giorno all’altro. «Una scuola mi ha chiamato, mi licenzio da domani. Ciao.» Tali parole sono pronunciate con il tono dei Pooh in Mi dispiace devo andare, il mio posto è là, un tono falsamente contrito; l’espressione del viso invece comunica chiaramente «Finalmente scappo via da questo mattatoio!» Iniziano le supplenze nelle scuole e Elisabetta capisce, davvero stavolta, che quella è la sua strada. Dopo 8 anni di scuola dell’obbligo, 5 di Liceo, 4 di Università, 1 di disoccupazione e circa 2 di lavori diversi, è rientrata nel mondo della scuola. Ma dall’altra parte. Seguono pochi anni di supplenze, un concorso superato e il passaggio di ruolo. La morale di tutta questa storia? Che a volte le vie che portano alla realizzazione lavorativa non sono lineari, ma tutte curve. E anche una scelta apparentemente sbagliata può rivelarsi vincente negli anni. Che non bisogna scoraggiarsi mai, ed accettare anche lavori diversi dal lavoro sognato, perché tutto fa esperienza, ma non bisogna perdere di vista l’obiettivo.

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