Insegnante coach?

Pubblicato marzo 12, 2012 da labiondaprof

Parafrasando il regista John Ford, potrei dire: «Il mio nome è Elisabetta B., e faccio l’insegnante». Ho scelto questo mestiere tanti anni fa, e ancora non mi sono pentita. A volte sono stanca, a volte un po’ frustrata dai continui tagli spacciati per riorganizzazioni, a volte un po’ arrabbiata con chi presenta gli insegnanti della scuola pubblica come fannulloni, ma in fondo, quando mi alzo la mattina e so che vado a scuola, sono contenta. Devo dire però che negli ultimi anni servono davvero i nervi saldi per fare l’insegnante. In uno studio contenuto nel Rapporto 2011 sulla Scuola Italiana a cura della Fondazione Agnelli, dalle interviste ai neoassunti in ruolo emerge un effetto Fort Alamo. I nuovi insegnanti si sentono isolati e accerchiati. I maggiori problemi evidenziati sono: difficoltà nel far rispettare la disciplina, scarso interesse degli studenti per la scuola e scarso valore attribuito dalle famiglie al successo scolastico. Posso dire che questi risultati non mi stupiscono nemmeno un poco?

Agli insegnanti oggi viene chiesto di essere tante cose: docenti, quindi esperti nelle loro materie; educatori, quindi capaci di educare e trasmettere valori; un po’ psicologi e quindi empatici nei confronti degli alunni, attenti ai loro problemi dell’infanzia, della preadolescenza e dell’adolescenza; entusiasti e carismatici, quindi un po’ intrattenitori e animatori; esperti di nuove tecnologie, quindi in grado di usare computer, Lim (lavagne interattive multimediali) e altre diavolerie.
Non solo: ci vogliono anche coinvolgenti. Potremmo dire che la scuola vorrebbe farci diventare degli insegnanti coach.
Ormai si è diffusa la convinzione che l’insegnante deve “motivare” il ragazzo allo studio. Cioè, vorrei capire meglio. Uno studente è tale per definizione, cioè perché la sua principale occupazione è, o dovrebbe essere, quella di studiare. Perché un insegnante dovrebbe convincere i suoi alunni a studiare? Non è insito nella loro condizione di studente?
Perché mai un insegnante dovrebbe convincere un alunno a fare quello per cui viene a scuola? Come se un medico dovesse pregare un paziente di farsi curare, o un dentista implorare un paziente di farsi togliere una carie. È noto a tutto che psicologi e psichiatri non prendono in cura pazienti che non credono nella terapia e non sono disposti a collaborare, ne va della loro dignità professionale…
Io mi reputo, dopo anni di esperienza, una brava insegnante. Rendo interessanti le mie lezioni, comunico la passione per le mie materia, semplifico i concetti più difficili, creo agganci con le altre materie e l’attualità, correggo i loro errori. Però ancora non posso studiare al posto dei miei alunni, né posso, di pomeriggio, andare nella cameretta di ognuno di loro e piazzarmi come un gufo sulla spalla per controllare che studino. Posso fare mille letture espressive, declamare poesie come Gassman, ricostruire le battaglie di Napoleone con gli schemini e i soldatini, portare foto mie scattate a Parigi e spiegare Versailles con Lady Oscar, ma poi il lavoro grosso lo devono fare loro, a casa, nel pomeriggio. Che invece spesso preferiscono passare in altri modi: giocando, uscendo con gli amici, andando in palestra, messaggiando o chattando, ciondolando sul divano.
Purtroppo, ormai, l’idea dominante è la seguente: è colpa del professore. Sempre. Perché non ha spiegato bene, oppure pretende troppo, o è troppo severo nei voti, o è troppo burbero e mette in soggezione i ragazzi, o…
Insomma, il brutto voto ormai non è un fallimento dell’alunno, ma è un fallimento dell’insegnante. L’insegnante coach fallisce, se non coinvolge e non motiva gli alunni che gli sono affidati e non riesce a far loro ottenere buoni voti.

Bene, allora propongo questo: se devo essere un coach voglio scegliermi gli alunni, proprio come i coach decidono se allenare una ragazzina che promette di diventare una nuova Federica Pellegrini o un ragazzino che potrebbe essere un nuovo Federer.
Posso scegliere? Non più classi di 25 o più alunni, non più alunni fannulloni o poco intelligenti? Non più alunni disabili, extracomunitari, problematici? Non più alunni che passano il pomeriggio al computer, senza essere mai controllati dai genitori?
Io voglio solo alunni intelligenti, educati, simpatici, volonterosi, docili e entusiasti, senza cellulare, senza Internet, senza playstation, pronti come Alfieri a legarsi alla sedia per studiare giorno e notte. Corro a scriverlo al nuovo Ministro dell’Istruzione, chissà che non possa fare qualcosa…

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14 commenti su “Insegnante coach?

  • Secondo me ci annoieremmo da morire, così. Perché insegnare a classi pollaio non è insegnare, ma ti assicuro che l’Anziana di Ginevra e l’Amica Vicina, che insegnano al liceo chic, vorrebbero suicidarsi a furia di martellate nei coglioni, da quanto è noioso insegnare a questi eterni piccoli Alfieri.
    Posso aggiungere una cosa (che derivo dalla mia esperienza anglosassone)? Io credo che il problema dell’italica concezione scolastica sia proprio nella parola “fallimento” (che poi è figlia di un modo di intendere anche la discussioni, in generale, che è quello continentale). Nel sistema educativo inglese, un voto è un voto. Punto. Fotografa quel giorno, quell’ora, quella prova. E dunque non viene interpretato come elemento esistenziale, ma descrittivo (insieme a tantissimi altri parametri) di una porzione minuscola delle competenze di quella persona in quel momento (questo spiega anche perché nel sistema anglosassone abbiano importanza così forte gli sport).
    Così si crea una stortura profonda. Che vive il suo paradosso quando un insegnante (so bene che non è il tuo caso, ma immagino sia capitato di vedere anche a te colleghi così) prende il voto negativo di un alunno sul personale, come se il ragazzo non studiasse per fare dispetto al prof.
    Ecco. Io credo che se iniziassimo a guardare al voto con l’atteggiamento anglosassone, forse potrebbe cambiare qualcosa.

  • Ho cominciato a insegnare vent’anni fa e ne ho viste tante di trasformazioni nella scuola, sempre più in negativo. E’ come dici tu: da quando agli insegnanti vengono richieste sempre più competenze, che non riguardano l’insegnamento tra l’altro, che la scuola è peggiorata.
    E poi c’è anche un altro problema: mentre la tecnologia fa passi da gigante la scuola è rimasta alla preistoria sempre per lo stesso discorso: la mancanza di fondi. E così si viene a creare un gap tra le competenze e le abitudini tecnologiche degli alunni e i metodi didattici.
    Solo quando l’Italia capirà che per progredire uno stato deve investire sulla scuola e la preparazione delle giovani menti qualcosa potrà cambiare.

  • @povna
    sulla questione del voto, hai perfettamente reagione. Viene vissuto in modo errato… E poi conosco tanti colleghi che, come dici tu, la mettono sul piano personale, come se il fatto che un alunno non studi sia un affronto alla loro figura. Tipica frase: “Ma mi prendi in giro? CHi pensi di imbrogliare?”, se un alunno ha scopiazzato i compiti o finge una preparazione che non ha durante un’interrogazione:-)
    @destinazioneestero
    Sì, ho troppi colleghi che si rifiutano di usare il computer o la LIM, scavandosi così la fossa, nel senso che rimangono obsoleti e distanti dal monod dei ragazzi
    @scorfano
    Ma grazie! Poco fa ero sul tuo lago, a passeggiare con mia figlia:-)
    @povna
    Grazie, ti rispondo sul tuo blog!!

  • Biondaprof

    Non sono d’accordo con te, stavolta…

    “Perché un insegnante dovrebbe convincere i suoi alunni a studiare? Non è insito nella loro condizione di studente?”

    A dare un’occhiata veloce agli studenti, direi di no, evidentemente. Se la scuola oggi ha un problema, è proprio che gli studenti non la considerano un luogo di vita credibile (se non per le relazioni tra pari), né trovano interessante lo studio. Sbagliano? Forse, ma di fatto è così. E contra facta non valet argomentum.

    Un medico può lamentarsi del fatto che a trovarlo ci vanno solo persone malate? Non credo. Non è colpa sua se sono malate, e non è neanche colpa sua se quelli non seguono le sue prescrizioni, però il problema di far sì che i pazienti gli diano retta e si comportino nel modo giusto se lo pone. E noi uguale.

    Però ti capisco: noi da un lato dobbiamo essere coach, e seguiamo tonnellate di corsi d’aggiornamento che sembrano tolti di peso dall’Attimo Fuggente (ed io ogni volta sono contento, perché ci credo -ovviamente semplifico, e so che neanche Keating era perfetto), dall’altra ci viene chiesto di fare tutt’altro. In altre parole: c’è una contraddizione di fondo, e tale contraddizione ce la sciroppiamo noi perché siamo gli ultimi nella gerarchia. Anzi, gli ultimi sono gli studenti, ma se ci rimane un po’ di coscienza evitiamo di scaricargliela addosso così come dirigenti scolastici, provveditorati e ministri fanno con noi.

    Siccome anche la storia dell’autonomia sono chiacchiere, al momento non vedo soluzioni allo stallo. E certe volte mi chiedo se ne valga la pena…

  • @uqbal
    Anche io credo che in realtà una percentuale di coach ci debba essere in ogni insegnante, però non deve essere la ns funzione prevalente. Cioè, io non posso entrare in classe tutte le mattine e dover dimostrare che è giusto che studino, che l’impegno li premierà, che sono a scuola per imparare. Diciamo che dovrei ricordarglielo ogni tanto, non ricominciare la fatica di Sisifo ogni mattina…
    Sulla mancata autonomia della scuola, ti dò ragione: è scritta solo sulla carta…
    @Luca
    che siamo rimasti soli, ormai me ne sono proprio accorta. Il mondo va in una direzione e noi nell’altra: impegno, sacrificio, fatica dello studio, merito premiato…la società è palesemente in aperta contraddizione con quanto predichiamo nel deserto! Eppure, per citare il mio musicista preferito: No retreat, no surrender:-)

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