Natale in casa Cupiello? No, a Bergamo.

Pubblicato dicembre 7, 2014 da labiondaprof

Te piace o presepe? diceva Eduardo nella commedia Natale in casa Cupiello.

E il figlio, a bella posta, rispondeva di no.

A quanto pare, anche a Bergamo il presepe non piace a tutti…

http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_dicembre_05/vietato-presepe-scuola-scoppia-protesta-fc1b12c6-7c57-11e4-813c-f943a4c58546.shtml

Non voglio nemmeno entrare nella questione specifica “presepe sì-presepe no”, perché comunque la politica si è messa in mezzo e alcuni politici, pronti ad afferrare la ghiotta occasione, hanno gioiosamente strumentalizzato la questione.

Dico solo che, nella mia esperienza di insegnante, nessun alunno straniero si è mai sentito turbato da un augurio di Buon Natale, da un bigliettino compilato in inglese con un albero, una stella cometa, un pupazzo di neve, un Babbo Natale o un Gesù bambino.

Nessun genitore ha mai protestato per i riferimenti alle festività natalizie, o a qualche poesia sul Natale.

Quello che mi ha fatto rizzare i capelli sulla testa, ripeto, al di là della opportunità o meno di allestire un presepe a scuola, è la seguente dichiarazione fatta dal dirigente: «La favoletta che la cultura europea è figlia di tante cose, tra cui il cristianesimo, non sta più in piedi. A scuola non ci devono essere simboli che dividono».

Che un dirigente scolastico bolli come “favoletta” un passato di tradizione e cultura che, inevitabilmente, è stata ed è cristiana, beh, mi sembra una vera assurdità. Vero negazionismo.

Negare le radici anche cristiane dell’Europa per non turbare gli alunni di altre culture ed altre religioni, che però vivono in Italia? Questo non è un atteggiamento laico, ma un fare tabula rasa di tutta una parte del nostro passato.

Magari questo dirigente arriverebbe a sostenere che Benedetto Croce, scrivendo Perché non possiamo non dirci cristiani, era sotto gli effetti dell’alcool.

Che Pirenne, invece di scrivere Maometto e Carlomagno, avrebbe dovuto scrivere Maometto e basta.

Che secoli di arte figurativa con Natività, Madonne della seggiola, Sacre famiglie, Vergini delle Rocce, sculture come la Pietà  e il Mosè non fanno parte della nostra storia e della nostra cultura. Quindi aboliamo la Storia dell’Arte a scuola: troppi crocefissi, chiese, basiliche e Madonne. Non sia mai che si offendesse qualcuno. Buttiamo Giotto, i suoi affreschi sulla vita di San Francesco e, ovviamente, anche il campanile. Vadano pure i turisti a vederlo, a Firenze, ma non lo facciamo studiare a scuola, per carità, non è politicamente corretto.

Neghiamo che la Filosofia occidentale abbia conosciuto e reinterpretato Aristotele anche attraverso San Tommaso.

E attenzione alla Storia… Via le Crociate, via la Riforma anglicana, e quella luterana. E anche la diaspora, e la Shoah. Potrebbero offendersi, gli alunni.

E la letteratura italiana? Neghiamo che inizi con il Cantico di San Francesco, che poi i non cristiani borbottano.

E anche Dante, con la sua Divina Commedia, è divisivo. Il Paradiso, il Purgatorio… addirittura l’Inferno. Gli alunni si potrebbero spaventare, o sentirsi “soverchiati”.

Togliamolo, no?

Ecco, così si ammazza la scuola italiana.

 

 

 

14 commenti su “Natale in casa Cupiello? No, a Bergamo.

  • La cosa che mi da una tristezza grossa come una casa è che questo sia successo a Bergamo (anche se alla Celadina e non nella scuola che ho frequentato io) . . . e quello che mi fa un po’ sorridere è il commento che ha fatto mia figlia sentendo questa notizia al Tg.
    Lei dice: “Se non vogliono festeggiare Natale, non facciano nemmeno le vacanze di Natale, vadano a scuola in quei giorni!”

    Non avevo sentito (o letto) la frase del dirigente, spero solo che sia laureato in matematica perché, da giovane, non gli piaceva studiare Storia!😉

    Posso linkarti su Fb???

    LaBiondina ha scritto a Santa Lucia??? Qua la stiamo aspettando, raccontandone la storia e organizzando la “sua” tavola . . . le tradizioni si mantengono vive!🙂

    Ciao, Fior

  • Ciao Fior,
    anche io trovo la faccenda del presepe una vera tristezza…
    Naturalmente, anche LaBiondina ha scritto a Santa Lucia: la letterina è pronta da giorni… Domani la portiamo ad una chiesetta qui vicino, dedicata proprio alla Santa.
    Bentornata sul mio blog🙂

  • La tua descrizione strappa più di un sorriso, ma – e tu lo sai bene quanto me – non si parla di insegnamento, ma di simboli, che è una cosa del tutto diversa. E in questa prospettiva io credo che in una scuola pubblica il presepe non ci debba stare, a meno che non sia figlio di un progetto e/o insegnamento e/o particolarità decisa, percorsa e condivisa. Tutto qui.

  • Io la penso perfettamente come la ‘povna. Va detto che spesso, almeno dalle mie parti che non sono note proprio per essere mangiapreti, la questione è stata sollevata, con successo, da genitori italiani. Idem con patate per la faccenda delle manifestazioni religiose in orario scolastico.

  • Letto su Bg – non so se riesco a risponderti oggi perché giornata un po’ fuori casa, molto in sintesi: ora capisco meglio e concordo sulla sostanza, anche se continuo a pensare, esperienze mie autobiografiche alla mano*, di quando ero piccola, che mentre posso capire un presepe di classe, che arriva da un percorso e da una storia didattica, non vorrei una scuola che accoglie nell’atrio tutti i suoi cittadini con il presepe come simbolo collettivo del natale. In questo santa pubblicità, santa globalizzazione e santa coca cola hanno fatto di meglio, e quel meglio, merchandising o meno, è più condiviso.

    *A Milano sono andata a materna ed elementari in una scuola pubblica che considerava essere cattolici la norma. Io ero figlia non battezzata di genitori comunisti, separati per di più. Per cinque anni, 2 di materna (mi sono trasferita da città della stazione nota a quattro anni) più tre di elementari, il primo atto mattutino delle mie maestre (materna) o maestra (elementari) è stato fare una preghiera collettiva, che si chiudeva con la seguente intenzione: “Preghiamo perché i genitori della ‘povna si convincano a battezzarla”. Ripeto, scuola pubblica. Mia madre mi raccontò anni dopo che provarono pure a non farmi iscrivere. Io ne sono uscita quasi indenne perché venivo da una famiglia:
    a) molto forte culturalmente (dunque erano in grado di strutturarmi a casa);
    b) molto forte socialmente (la mia scuola ci teneva a non creare lo scandalo che, a Milano, la nipote di nonno Caino fosse ‘cacciata’, o costretta ad andarsene dalla scuola – per tacere della speranza, mai esaudita, poveretti, che nonno Caino si trasformasse in mecenate)
    c) molto di buon senso dal punto di vista dell’educazione (mia madre mi insegnò le preghiere, che ovviamente sapeva, perché la cultura è cultura, spiegandomi che quando si va in casa d’altri e gli altri ci tengono a bere con un solo bicchiere, si fa e basta, per educazione)
    In più ero talmente brava a scuola che la scuola stessa non avrebbe voluto che me ne andassi. Ma se fossi stata minimamente meno strutturata, come capisci, non ne sarei uscita a ossa sane.

    Per questo penso che di prassi come simbolo la religione a scuola non ci debba stare. Poi il percorso didattico ci sta e sulle radici anche (ho molto apprezzato la sottlineatura!) cristiane non mette nemmeno conto di parlare. Io la Bibbia l’ho studiata all’università in due corsi addirittura, la uso moltissimo e so addirittura riconoscere le varie parti di scrittura del Pentateuco (la mano di J, E, D o L, rispettivamente) a semplice lettura ad alta voce in traduzione, penso che il Vangelo di Marco sia uno dei romanzi più belli scritti e uso la storia di Caino, così come la parabola dei talenti correntemente tra le mie cartucce socio-educative. Ma se si proponesse, che so, di regalare una edizione del Vangelo, ripeto splendido, di Marco a tutti gli alunni della scuola, SENZA spiegazione, come pensiero del natale mi opporrei, per esempio, e ripiegherei su qualcosa magari di letterariamente meno degno, ma che, senza opportuna contestualizzazione, risulti meno connotato.

  • concordo in pieno con la ‘povna – per quanto ricordi con estremo piacere l’enorme presepe fatto in IV elementare.
    detto questo, a me pare che la polemica giornalistica sia molto facile quando si spara sul presepe, ma che il problema reale della tutela della laicità della scuola pubblica (in primis l’accesso all’ora alternativa – basta curiosare sulla pagina FB dell’Uaar per rendersi conto di quanti genitori con figli non avvalentisi siano in difficoltà nell’ottenere il riconoscimento dei propri sacrosanti diritti) resti sempre in ombra.
    che poi a pontificare sul Presepe venga gente che fino all’altroieri ha innalzato ampolle al Dio Po, mi pare alquanto ridicolo e ampiamente strumentale.

  • Povna, noisette, Economa: io invece credo che il presepe ci possa stare (possa e non debba, attenzione) come espressione di una tradizione culturale che è italiana. Diverso il discorso sull’ora di alternativa alla religione: nelle scuole dove ho insegnato, e anche in quella dove sono di ruolo ormai da più di dieci anni, l’ora di alternativa esiste, eccome se esiste, e si fa.
    Poi sul fatto della strumentalizzazione politica, sono stata la prima a sostenerlo, che era un ghiotta occasione per la Lega… ma perché offrirle?
    Invece sulle frase della “favoletta…” detta dal dirigente, beh, a me spaventa più di qualsiasi presepe fatto o disfatto: espressione che denota disprezzo della ns tradizione, ripeto, culturale più che religiosa.
    Per me laicità non è abbattere tutto, o negare che non ci siano differenze, ma è spiegarle, anche storicamente, e accogliere tutti.

    • Assolutamente d’accordo sul non negare le differenze, anche perché la laicità è un metodo, e come tale le differenze le registra e dà loro pari diritto di espressione. Poi ognuno conosce la sua realtà: nella mia regione, senza protestare, ma subendolo troppo spesso come inevitabile, specie alle primarie il presepe viene appunto subito, se preso come simbolo di ingresso della scuola, dall’oltre 50% di bambini provenienti da religione diversa e/o non religione. Bisogna capire che cosa significa “come espressione di una tradizione culturale che è italiana”. Sulla carta ci siamo, ma nella pratica, appunto, o questa tradizione è compresa e/o sentita come tale (contesti specifici, progetti di classe), oppure, se non è compresa, meglio ripiegare, a livello iconologico dell’istituto, su una tradizione condivisa.

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