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Cose da fare a Pasqua 2014 (e Pasquetta) a Bergamo

Pubblicato aprile 15, 2014 da labiondaprof

Venerdì Santo:  a Vertova. Processione con la statua del Cristo morto, opera del Fantoni (1700). È uno dei rituali pasquali più interessanti della Lombardia, la cui origine si fa risalire al 1580.

Il 19 aprile, 20 aprile e 21 aprile: nel centro storico di Sarnico, sul lago d’Iseo, si svolgerà il Mercatino Europeo. Saranno presenti numerosi stand con prodotti tipici e artigianali provenienti da tutta l’Europa.

L’Accademia Carrara sarà chiusa nel giorno di Pasqua ma aperta il lunedì di Pasquetta dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 14:30 alle ore 17:30.

Il Museo Civico di Scienze Naturali sarà aperto la domenica e il lunedì di Pasquetta dalle ore 9:00 alle ore 19:00.

Domenica 20 e lunedì 21 aprile 2014 dalle ore 9:00 alle ore 20:00 in Piazza Dante a Bergamo si svolgerà il mercatino di Pasqua con prodotti tipici e artigianato.  Domenica alle ore 16:00 cioccolato e colomba per tutti.

E, last but not least, la Fiera del Libro a Bergamo… e proprio la domenica di Pasqua, una blogger che seguo, Laura Cortinovis, parlerà del suo libro e insegnerà ai bambini presenti come realizzare un bellissimo segnalibro, colorato e a forma di farfalla.

Maggiori informazioni qui: http://icoloridilaura.blogspot.it/2014/04/tutorialper-non-perdere-il-segno-i.html

La giornata della memoria e gli insegnanti,3

Pubblicato gennaio 27, 2014 da labiondaprof

La storia locale

E anche un paese nella Bergamasca è degno di essere tra i Giusti.

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Gandino, che ospitò decine di ebrei sfuggiti alle persecuzioni e alla deportazione
L’articolo qui

   

 

C’erano un italiano, un cinese, un indiano…

Pubblicato gennaio 15, 2014 da labiondaprof

中華人民共和國国旗

Al rientro dalla vacanze, una sorpresa: un nuovo alunno nella mia classe seconda.

Precisamente un alunno cinese. Arrivato in Italia da una manciata di settimane.

Il tragico è che non sa, letteralmente, una parola. Non capisce e non parla l’italiano. Naturalmente, io non conosco il cinese. Abbastanza l’inglese, ma lui conosce poche parole.

Ovviamente il protocollo prevede l’accoglienza, la presenza del mediatore, la presentazione ai compagni… Tutte belle cose. Fatto sta che dopo pochi giorni siamo già nel panico: l’insegnante deputata all’alfabetizzazione non potrà fare più di 2 ore alla settimana con lui. Per il resto: io. Io sono la sua insegnante di Italiano, no? E allora tocca a me. Far cosa? Alfabetizzarlo.

Certo, da zero. Certo, deve imparare l’alfabeto. Certo, ha l’aria spaesata di chi si trova in una bolla di sapone, non capisce il 99% di quello che diciamo.

E allora, via di alfabeto. MELA-PERA-UVA. Sottolinea le vocali, e scrivile. Poi le consonanti, e scrivile. Pagine e Pagine. Praticamente fa le stesse attività di mia figlia che frequenta la prima elementare: deve imparare a leggere e scrivere. Tutto nelle MIE ore di italiano-storia-geografia. Poi un po’ di inglese, le ore di disegno, di ed.fisica, di musica. Qualcosa di matematica.

Ma è un lavoro infame: per lui e per me.

La rabbia mi sale quando penso che in Germania non entri in classe se prima non hai imparato almeno un livello minimo di tedesco.

Qui in Italia, se parli di classi ponte ti guardano come se fossi Borghezio che bestemmia con l’ampolla delle acque del Dio Po in mano.

Se fai notare che è più ghettizzante tenere un alunno non alfabetizzato in classe dal primo minuto, condannandolo a non capire nulla per mesi, piuttosto che metterlo in un gruppo apposito tutto il giorno per impadronirsi del minimo di italiano che gli servirà in classe, passi per Calderoli che chiama Orango il ministro dell’Integrazione.

Se fai notare che non puoi dedicare tutta la tua ora di italiano al nuovo alunno, dato che gli altri 25 (tra cui due con il pdp) non si possono autogestire e hanno diritto anche loro alla loro lezione, ti accusano di non capire. Io invece credo di aver capito bene: falso buonismo, disorganizzazione, volontà di scaribarile sugli insegnanti che si arrangino a gestire le emergenze, leggende pedagogiche sull’educazione peer to peer.

Per fortuna ci sono i miei alunni: vedere un alunno indiano che cerca di comunicare in italiano con il nuovo compagno cinese è impagabile. Come vedere l’alunno senegalese che comunica a gesti e scherzi durante l’intervallo. E l’italiano che si offre di fargli capire la differenza tra R e L, scandendo i suoni con testardaggine. Guardandomi poi e dicendomi Profe, ma avrà capito?

Però non basta, accidenti, non basta.

Cara Santa Lucia… la wishlist della Biondina

Pubblicato dicembre 8, 2013 da labiondaprof

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Come scrivevo qui, la Biondina si è cimentata nella sua prima lettera scritta per intero a mano e diretta a S. Lucia, che da noi porta regali, doni, dolci o carbone (l’ultima è la minaccia delle mamme disperate al decimo regalo della wishlist dei pargoli orobici).
Nel produrre il sudato documento, mi sembrava di essere Peppino quando Totò gli dettava la lettera alla Malafemmena… già, la prima versione l’ho scritta io sotto dettatura, poi lei l’ha ricopiata.

Cara Santa Lucia,
mi chiamo B. e ho sei anni. Per regalo. Abito a P., in Piazza M. e vorrei come regalo ti voglio tanto bene.
Sono sempre buonissima quasi sempre buona e ascolto la mamma e il papà.
Dico sempre quasi sempre le preghiere alla sera e ascolto le maestre. tranne quando
Per regalo vorrei ordinare vorrei tanto chiederti il Palazzo di Cristallo delle little pony e le figurine delle little pony e la casa delle little pony e.
Grazie,
ti aspetto alzata.
B.

Ah, per chi pensasse Brava, però alla fine chiede un solo regalo, il trucco c’è: è già passato San Nicolò (dalla zia D.) e passerà Gesù Bambino dai nonni. Manca, ohibò, la Befana, ma potremmo sempre andare per un week end lungo a Roma e rimediare 😉

Ghiaccio e ministri: Anna Maria Cancellieri, cyberbullismo e Santa Lucia

Pubblicato dicembre 3, 2013 da labiondaprof

Ieri un lunedì da cardiopalma.

Mattina a scuola: ore 8:00-10:00.

Ore 10:00-11:00: registro elettronico e scartoffie

Ore 10: 00-11:00: corsa al mercato per pesce, frutta e verdure. La biondaprof corre, corre e corre. Infine, cade. Già, una bella caduta sul ghiaccio, camminando di buona lena sulla stradina per il mercato. Anni di sci e pattinaggio l’aiutano solo a non cadere sull’osso sacro e a non picchiare la testa… Quindi, mano, braccio, fianco e chiappa destra a terra, tutto il resto salvo. Subito una decina di signore si avvicinano, solerti.  “Tutto bene?” “Serve aiuto?…”. La biondaprof zompa in piedi, veloce, sorriso fasullo stampato sul volto. “No, no, tutto a posto…” Smadonnamenti interiori e sorriso tirato ma costante. Prima che a qualcuno venga in mente di aprire strane prospettive tipo eh, le strade, con questo ghiaccio, colpa del Comune, faccia causa al Sindaco…ops

Ore 11: 30-13:30: pranzo, riassettamento cucina, 4 chiacchiere con il Sindaco, appunto, tra un primo, un secondo e la frutta. Poi, caffé e pronti via per la città. Si va a Bergamo. L’occasione? Seminario sul cyberbullismo, organizzato dalla Fondazione Civis 2.0 (presieduta dalla ex Senatrice Gallone) e da una scuola paritaria, per insegnanti e genitori. Ecco il link: http://www.centrostudi.it/storage/cs_news/pdf/174/IL%20WEB%20CHE%20FERISCE.pdf

Ore 14:30-17:30: seminario. Interessante, soprattutto l’intervento di un tenente colonnello della Gdf, che si occupa di cyberbullismo da anni. Snocciola dati inquietanti, racconta storie, chiarisce dubbi sui risvolti legali e giudiziari, fornisce spunti di ogni tipo.Il Provveditore (donna) di  Bergamo è assente causa influenza, quello di Milano invece è presente ed affronta il tema in modo più teorico. Poi l’intervento di un Professore che coordina l’Osservatorio provinciale per il bullismo di Bergamo (in collaborazione con quello Regionale): altri dati, altre storie, altri strumenti e spunti su cui riflettere… E in mezzo a tutto ciò, c’è anche stato lo spazio per una carranbata.

Ad un certo punto, infatti, la ex senatrice Alessandra Gallone esce, telefona, rientra, sorride. E ci annuncia, a sorpresa, che sta passando a “salutarci” il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri. Il Ministro, che è stato tra l’altro Prefetto di Bergamo anni fa, è in città per un convegno all’Università su carceri e legalità. E non è tutto: insieme a lei ci sono il nuovo Prefetto Ferrandino, una donna, il Questore di Bergamo e il Direttore del carcere cittadino. Insomma, pensavo di andare ad un anonimo seminario di insegnantucoli e  mi sono ritrovata in mezzo ad Autorità e Servitori dello Stato. Oltre che carabinieri, guardie del corpo e finanzieri vari… Dopo un attimo di scombussolamento, i brevi discorsi e saluti del Ministro e del nuovo Prefetto, il seminario è ripreso.

Ore 18:00-21:30: La parte più bella ma più faticosa della giornata. Ritorno a casa e ritiro della pargoletta, ospite dalla zia santa donna. Cena, coccole con la Biondina e la stesura della letterina a Santa Lucia: un’impresa, un delirio, una faticaccia.

Io stanca morta, lei che snocciolava elenchi di regali sufficienti per dieci bambini, e  il Borgomastro dal divano che mugugnava: “Stringi, taglia, mettila a letto”. Io e lei: Totò e Peppino nella famosa lettera. Alla fine, abbiamo deciso per un solo regalo, roba di cavallini e piccole pony della ben nota marca che infesta con cartoni, gadgets e figurine il mondo di mia figlia, ed abbiamo composto una letterina stringata. Che andrò a presentare in un prossimo post…

 

 

Il club delle cattive ragazze: recensione

Pubblicato ottobre 27, 2013 da labiondaprof

Il 23 ottobre è uscito  Il club delle cattive ragazze.

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Grazie alla Feltrinelli, l’ho avuto in anteprima e l’ho letto, devo dire con una certa curiosità. Il chick lit mi piace molto; terrò anche un corso di Scrittura in rosa, di cui parlerò meglio a breve… e da Bridget Jones alla Becky della saga I Love shopping, i libri rosa mi divertono e mi rilassano.

Il club delle cattive ragazze parte da un’idea originale: scrivere della nuova moda della letteratura erotica facendone uno spunto narrativo per un classico romanzo rosa. Una sorta di operazione metalinguistica, direbbero i semiologi e i semiotici.

La protagonista, Estelle, è separata, ha un figlio adolescente e gestisce un piccolo caffé. Gli affari non vanno benissimo, così decide di provare ad attirare nuovi clienti organizzando un book club. Il primo incontro non è un successone: ci sono solo quattro persone. Sue, con un matrimonio trentennale e tanto tempo da gestire come neopensionata; Rebecca, una giovane insegnante di Storia sposata da un solo anno ma già annoiata dalla routine di coppia; Gracie, una convinta neofemminista che lavora in una biblioteca; Reggie, un impacciato giovanotto che si veste fuori moda e sta svolgendo una tesi di dottorato, unico motivo per cui si è iscritto al book club.

Il libro del primo incontro è Tess D’Uberville, un classico ma non esattamente un libro che suscita trasporto o identificazione con la protagonista, una povera ragazza a cui capitano solo tragedie… Estelle, aiutata da un equivoco, propone come libro per il secondo incontro il best seller del momento, Ten sweet lessons (una sorta di Cinquanta sfumature di grigio, lo si intuisce perfettamente), che lei stessa sta già leggendo. Il secondo incontro si rivela divertente, ricco di spunti e capace di far interagire davvero i partecipanti.

Nasce così, nel gruppo, l’idea di leggere solo libri di letteratura erotica, anche classici, come il famosissimo L’amante di Lady Chatterley.

Da questo momento in poi, ogni personaggio vivrà dei radicali cambiamenti: Sue affronterà nodi irrisolti con il marito, Rebecca uscirà dall’apatia da novella sposina, Gracie e Reggie scopriranno insperate affinità.

Ed Estelle? Anche lei vivrà novità nella sua vita sentimentale, e … ma non svelerò altro della trama.

Concludo invece con un estratto, tratto dal primo capitolo:

Estelle, quarantadue anni, aveva aperto il Café Crumb
cinque anni prima, subito dopo il divorzio. Il matrimonio le
aveva lasciato l’impressione che la sua identità fosse stata
progressivamente inghiottita dal ruolo di moglie e madre,
così quando lei e Ted si erano separati (rendendosi conto che
se la cavavano molto meglio come amici che come marito e
moglie), Estelle aveva deciso di fare qualcosa per sé.
E l’aveva fatto, si disse piena di orgoglio, guardando il
caffè con le sue tovaglie a quadri bianchi e rossi, una gerbera
rossa in un vaso bianco su ogni tavolo. Si stava avvicinando
l’orario di chiusura e tutto era pulito e ordinato, la vetrina
con l’invitante selezione di torte e pasticcini ormai vuota.
Non sarà nulla di speciale, però è mio, pensò Estelle
compiaciuta.
Ma per quanto tempo ancora? si chiese con un brivido
contemplando di nuovo le cifre deprimenti che sembravano
oscillare davanti ai suoi occhi stanchi.
Certo, aveva alcuni clienti fissi – gli uomini d’affari che si
concedevano un latte macchiato e un croissant prima di affrontare
la trasferta giornaliera al centro di Bristol; le mamme
sprint, giovani, belle e impeccabili, che si fermavano a
fare quattro chiacchiere, bere un tè verde e sbocconcellare
un muffin ipocalorico dopo aver accompagnato i figli a
scuola; l’orda in pausa pranzo che divorava montagne di
sandwich; e i pensionati del pomeriggio, fedeli all’irrinunciabile
rito del tè con i pasticcini –, eppure a quanto pareva non
bastavano più.
Se fosse stata costretta a chiudere, concluse Estelle osando
a malapena prendere in considerazione quell’eventualità,
avrebbe perso anche la casa, l’appartamento sopra il locale
dove viveva insieme a Joe. Povero Joe. Era un bravo ragazzo,
ma stava attraversando quella fase in cui cresceva a vista
d’occhio e i vestiti non gli entravano per più di un mese. Lui

cercava di non chiedere troppo, però Estelle sapeva come
funzionava a quell’età: per essere accettato dovevi avere le
scarpe da ginnastica giuste, il modello di cellulare appena
uscito, la console di ultima generazione. Tutte cose terribilmente
costose.
Con una certa ansia, Estelle prese una fetta di torta al limone,
ne staccò un pezzetto e se lo mise in bocca. “Mmm,”
mormorò soddisfatta. Era soffice, con un sapore deciso e delizioso,
preparata a regola d’arte. Almeno le sue doti di pasticciera
erano fuori discussione. Doveva soltanto trovare il
modo di dimostrarlo, convincere la gente a varcare la soglia
del caffè…
Un movimento sull’altro lato della strada catturò l’attenzione
di Estelle, che guardò oltre la vetrina cosparsa di goccioline
di condensa. Fuori era già buio, ma nella luce ambrata
del lampione vide due persone uscire dalla Bainbridge
Books, la libreria indipendente del quartiere.
Con un tuffo al cuore, Estelle riconobbe i proprietari,
Mary e Alan Bainbridge, che chiudevano la porta del negozio
per l’ultima volta. Sul marciapiede c’erano alcuni scatoloni
di libri – quelli di cui non erano riusciti a sbarazzarsi
nemmeno durante i saldi per cessata attività –, e anche da
lontano Estelle si accorse che, mentre Alan tirava fuori le
chiavi dalla tasca, Mary aveva le lacrime agli occhi.
D’istinto, Estelle prese una delle rigide scatole bianche
da pasticceria dallo scaffale alle sue spalle, quelle riservate ai
clienti che spendevano molto, e iniziò a riempirla con un assortimento
di dolci: due fette di torta alle noci pecan, una
generosa porzione di torta allo zenzero, un paio di ciambelle
ricoperte di glassa e confettini colorati. Oh, e anche un paio
dei suoi brownies speciali, quelli al doppio cioccolato. Alan
ne andava matto.
Estelle afferrò in fretta la scatola e si precipitò fuori facendo
tintinnare la campanella alle sue spalle.

“Vi ho portato questi,” li salutò mentre attraversava la
strada, e consegnò la scatola a Mary.
“Grazie, Estelle,” disse la donna con voce rotta. “Sei
molto gentile.”
“Vero,” le fece eco Alan, prendendo la scatola dalle mani
della moglie e sbirciando all’interno.
“Mi dispiace così tanto che ve ne andiate,” continuò
Estelle con aria impotente, desiderando poter fare di più.
Mary e Alan gestivano la Bainbridge Books da oltre trent’anni,
ma ormai non potevano più permettersi di restare aperti.
Si sarebbero trasferiti nel Devon per stare vicino ai nipoti e,
anche se Estelle sapeva che già da tempo progettavano di
ritirarsi dagli affari, di sicuro non era così che volevano farlo
– senza riuscire a vendere la loro attività, obbligati a chiudere
per mancanza di clienti. Uno spaventoso avvertimento di
quello che poteva succedere anche a lei se la situazione non
fosse migliorata alla svelta.
“Be’, dobbiamo farcene una ragione,” rispose con filosofia
Alan. “I tempi cambiano.”
“Mi mancherete,” disse Estelle, ricacciando indietro le
lacrime. Aveva sempre amato l’atmosfera di quella piccola
libreria accogliente e aveva trascorso molte ore felici in compagnia
degli ospitali proprietari, parlando di libri davanti a
una tazza di tè e a una bella fetta di Battenberg.
Mary scosse la testa, sconsolata. “Oh, abbiamo passato
momenti meravigliosi qui,” sospirò guardando dalla vetrina
il negozio abbandonato, con le pareti spoglie e le file di scaffali
vuoti. “Sai cosa mi mancherà di più?” confidò, gli occhi
lucidi dietro gli enormi occhiali. “Le chiacchiere quotidiane
con i clienti. Tutti pensano che leggere sia un’attività solitaria,
ma non deve esserlo per forza,” disse con decisione.
Estelle annuì, mentre Mary proseguiva, accalorandosi
sempre di più. “I libri migliori dovrebbero essere condivisi e
discussi, dibattuti. È una tradizione vecchia di secoli. La
gente ha sempre amato le storie. Oh, questo posto mi man-

cherà così tanto!” singhiozzò, asciugandosi gli occhi con un

fazzoletto di carta già umido.
Estelle avvolse Mary in un abbraccio rassicurante. Parole
sante, pensò, ricordando le conversazioni sul loro libro di
Jane Austen preferito o sui rispettivi meriti di Rochester e
Heathcliff in qualità di eroi romantici. Certo, si era ben guardata
dal confessare a Mary che stava leggendo Ten Sweet
Lessons, rifletté con un vago senso di colpa al ricordo del
tascabile sgualcito nascosto in fondo alla borsa.
All’improvviso Estelle si scostò bruscamente da Mary,
quasi avesse preso la scossa. “Trovato!” esclamò, con gli
occhi che brillavano e un’espressione raggiante.
“Trovato cosa, tesoro?” le chiese Mary, guardando il marito
con aria perplessa. Alan si limitò ad alzare le spalle e
fissò preoccupato Estelle, come se fosse impazzita.
“La soluzione ai miei problemi,” annunciò Estelle eccitata.
“Mary Bainbridge,” aggiunse gettandole di nuovo le
braccia al collo, “sei un genio!”