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Lo sposo perfetto di primavera

Pubblicato aprile 1, 2014 da labiondaprof

E niente, sono anche su Diva e Donna

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1) Partendo dal presupposto che nessun uomo, né nessun marito, cambierà mai per amore di una donna, e questa verità assoluta andrebbe scolpita sulle tavole del mondo Sinai e sulla copertina di ogni Vogue Sposa, il passaggio dalla condizione di fidanzato a quella di marito, che per la Legge italiana e per la Chiesa si svolge in una cerimonia più o meno veloce, in realtà deve attraversare diversi passaggi:

  • Abituarsi alla fede al dito. Alcuni mariti trovano la cosa impossibile, altri ardua ma comunque fattibile, pochissimi sfoggiano con leggerezza e simpatica disinvoltura quel cerchiettino d’oro che urla al mondo Sì, sono un uomo incastrato…pardon, sposato.
  • Iniziare, se già non lo si è fatto nella fase di fidanzamento, a parlare con il noi, e non con il solo pronome io. No, non è un plurale maiestatis, e il marito non è pronto per ascendere al soglio pontificio, semplicemente, deve capire che alla domanda “Vieni a giocare a calcetto venerdì?”, postagli da un amico, egli non può più rispondere “Credo di sì, penso che sarò libero”, ma deve riformulare la frase in modo che suoni più o meno così “Credo di sì, pensiamo di essere liberi”. Cioè, lei non ha fissato impegni per la coppia, e lui potrà giocare, sotto lo sguardo vigile della mogliettina che lo accompagnerà, applaudendo ogni suo tocco di palla.
  • La fedeltà non è un optional: non si ammettono deroghe, né eccezioni. Il marito fedifrago, come dico nel mio libro, è l’unico che una moglie può sperare di cambiare: lo porta indietro dove lo ha trovato e ne sceglie un altro.
  • Un marito serve ad alcune attività specifiche: per una legge non scritta è il marito che si occupa delle automobili (controlli, revisioni, visite dal meccanico), degli elettrodomestici, della cantina, del garage, del conto in banca, della manutenzione del giardino, della spazzatura, delle biciclette dei figli. E la moglie? Ah, be’, lei è la Regina della casa.

2) Lo sposo, durante l’intera giornata delle nozze, deve avere chiaro un solo e fondamentale obiettivo: non eclissare la sposa. La regina della festa è lei: il suo vestito, la sua acconciatura, il suo trucco, la sua radiosità, la sua commozione. Lo sposo intelligente capisce da sé che il suo ruolo è di contorno; la formula “principe consorte” esemplifica al meglio la sua condizione. Lo sposo deve essere bello ma non più della sposa, felice ma non radioso come lei, commosso, certo, ma guai se lui piange e lei non spreme nemmeno una lacrimuccia.. Insomma, lui è il contorno, lei il piatto forte.

3) Lo sposo non deve mai rubare la scena alla sposa. Perciò, basso profilo, niente sceneggiate, niente ex che si precipitano in chiesa con un bambino al collo strillando Questo matrimonio non s’ha da fare… Inoltre egli deve proibire agli amici di organizzare scherzi di cattivissimo gusto quali lancio della giarrettiera, dolci a sorpresa dalla forma più che ambigua, caccia al tesoro per trovare il regalo, consistente in migliaia di monetine seppellite in giardino sotto il roseto pieno di spine.

Ovviamente lo sposo non deve alzare il gomito, né mettersi a raccontare barzellette osée alla bisnonna centenaria, o all’amica più bella della sposa. Né farsi fotografare mentre brinda con la suddetta amica, appena fidanzata, e l’aria ebete, ovviamente

4) Altre malizie e strategie: lo sposo perfetto sussurra alla sposa, accogliendola sull’altare, la stessa frase che il principe William d’Inghilterra ha detto alla sua Kate, Sei bellissima. Non sono accettabili altre frasi quali Quanto cavolo mi costeranno tutti questi fiori! o ancora Hai fatto ritardo anche oggi, sei sempre la solita. O Ti avevo detto di non invitare quel tuo ex idiota, non mi interessa se ha sposato tua cugina, lo butto fuori.

Lo sposo inoltre deve sfoggiare uno sguardo perennemente ammirato e rapito dalla bellezza, dalla grazia e dal fascino della sposa. Anche se a fine serata lei si toglierà le scarpe, ballerà a piedi nudi la taranta e inizierà a raccontare dell’addio al nubilato, farneticando di ballerini cubani e cubisti australiani. In casi estremi le chiuderà la bocca con una serie di baci roventi e la trascinerà in giardino, gettandola, sempre con lo sguardo rapito, sotto l’acqua fresca della fontanella.

In fondo, questo ricorderanno tutti gli invitati: la sposa era bellissima, e lui tanto innamorato.

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Il rosa a Bergamo? Non passa mai di moda

Pubblicato febbraio 3, 2014 da labiondaprof

Questo è un post veloce, di servizio, diciamo così.

L’8 marzo 2014 terrò un corso-laboratorio di scrittura sul genere rosa, nella Libreria Mondadori di Bergamo.

Il laboratorio durerà 4 ore, e si articolerà in parte teorica e parte pratica, perciò potremo creare insieme personaggi, storia e finale. Ovviamente un lieto fine!

Per maggiori informazioni, rivolgersi a me, o all‘Associazione Il Paese che non c’è, o direttamente alla Libreria del Borgo d’Oro (Mondadori) di Bergamo.

 

 

Danza la neve, lieve.

Pubblicato dicembre 28, 2013 da labiondaprof

 

Ci sono libri invernali e libri estivi. Uno dei miei libri invernali preferiti è Anna Karenina: Russia, neve, balli in grandi saloni, pelli, stivali, colbacchi, velluti.

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Proprio al campo di pattinaggio Levin decide di chiedere in moglie Kitty, ma lei è innamorata, o crede di esserlo (a quell’età è praticamente la stessa cosa) del conte Vronskij. Il conte però ha per lei una simpatia leggera, di quelle che non impegnano un giovanotto, nemmeno nella Russia di due secoli fa. E poi c’è lei: Anna. Anna bellosguardo (canterebbe Dalla), Anna elegante, bella, innamorata di suo figlio bambino ma non del marito, né delle sue orecchie.

BbQ69CoCAAAP0W9Ad un ballo, Kitty vede ballare Anna e Vronskij e vede l’amore, l’amore vero, quello che lui non ha mai provato per lei, e impazzisce di dolore. Poi l’amore tornerà a lei, proprio grazie a Levin: rifiutato la prima volta, verrà amato la seconda. Capita, a volte.

E Anna? Eh, Anna ama, ama davvero il suo Vronskij e per lui abbandona marito, figlio, casa, posizione sociale. Anna e Vronskij vivono insieme, hanno anche una figlia, ma scoprono ben presto la dura verità: si amano, ma l’amore non basta a renderli felici. Così, nel giorno della fine c’è Anna, c’è la neve, c’è un treno. Come nel loro primo incontro: Anna, un treno, una stazione e la neve. Che scende, lieve. Una danza di fiocchi, apparentemente uguali, eppure ognuno intrinsecamente diverso dall’altro. Come tutte le storie d’amore, quelle di due secoli fa e quelle di oggi.

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l’unica vera Anna al cinema, secondo me:

 

Genitori o nonni? Pesi e misure

Pubblicato novembre 8, 2013 da labiondaprof

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Una bambina è stata tolta in via definitiva a due genitori, i suoi genitori.

Il motivo? C’è troppa differenza di età: la bimba ha 3 anni, la mamma 56 e il padre più di 70.

Non so se ci siano altre motivazioni, ma allora la figlia di Carmen Russo (54 anni)  ed Enzo Paolo Turchi (56 anni)?

La figlia di Gianna Nannini, avuta quando la cantante aveva 54 anni e nessun compagno?

Il figlio di Briatore (60 anni)?

I figli del secondo matrimonio di Luca Cordero di Montezemolo, avuti rispettivamente a 54, 56 e 63 anni?

Per non parlare dei figli di Charlie Chaplin, gli ultimi nati quando già veleggiava tra la settantina e l’ottantina?

E i figli di Clint Eastwood? Sette figli da cinque mogli diverse, ad età molto diverse, ovviamente.

Solo questione di soldi? Di fama?

Trovo tutto molto triste.

Buon compleanno a me! e a Miss Rossella.

Pubblicato novembre 5, 2013 da labiondaprof

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Le cose più belle di oggi:

  • il bacio di mio marito al risveglio
  • un disegno di mia figlia con tanti cuori, stelle e fiori e la parola auguri, sghemba ma enorme
  • una lavagna piena di firme e di auguri dei mie alunni al mio ingresso in classe stamattina
  • un caffé con i miei genitori nel pomeriggio

Ah, e condividere il compleanno con una delle mie attrici preferiti, Vivien Leigh.

Sì, oggi Miss Rossella avrebbe compiuto cento anni… io qualcuno in meno, suvvia 🙂

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Il club delle cattive ragazze: recensione

Pubblicato ottobre 27, 2013 da labiondaprof

Il 23 ottobre è uscito  Il club delle cattive ragazze.

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Grazie alla Feltrinelli, l’ho avuto in anteprima e l’ho letto, devo dire con una certa curiosità. Il chick lit mi piace molto; terrò anche un corso di Scrittura in rosa, di cui parlerò meglio a breve… e da Bridget Jones alla Becky della saga I Love shopping, i libri rosa mi divertono e mi rilassano.

Il club delle cattive ragazze parte da un’idea originale: scrivere della nuova moda della letteratura erotica facendone uno spunto narrativo per un classico romanzo rosa. Una sorta di operazione metalinguistica, direbbero i semiologi e i semiotici.

La protagonista, Estelle, è separata, ha un figlio adolescente e gestisce un piccolo caffé. Gli affari non vanno benissimo, così decide di provare ad attirare nuovi clienti organizzando un book club. Il primo incontro non è un successone: ci sono solo quattro persone. Sue, con un matrimonio trentennale e tanto tempo da gestire come neopensionata; Rebecca, una giovane insegnante di Storia sposata da un solo anno ma già annoiata dalla routine di coppia; Gracie, una convinta neofemminista che lavora in una biblioteca; Reggie, un impacciato giovanotto che si veste fuori moda e sta svolgendo una tesi di dottorato, unico motivo per cui si è iscritto al book club.

Il libro del primo incontro è Tess D’Uberville, un classico ma non esattamente un libro che suscita trasporto o identificazione con la protagonista, una povera ragazza a cui capitano solo tragedie… Estelle, aiutata da un equivoco, propone come libro per il secondo incontro il best seller del momento, Ten sweet lessons (una sorta di Cinquanta sfumature di grigio, lo si intuisce perfettamente), che lei stessa sta già leggendo. Il secondo incontro si rivela divertente, ricco di spunti e capace di far interagire davvero i partecipanti.

Nasce così, nel gruppo, l’idea di leggere solo libri di letteratura erotica, anche classici, come il famosissimo L’amante di Lady Chatterley.

Da questo momento in poi, ogni personaggio vivrà dei radicali cambiamenti: Sue affronterà nodi irrisolti con il marito, Rebecca uscirà dall’apatia da novella sposina, Gracie e Reggie scopriranno insperate affinità.

Ed Estelle? Anche lei vivrà novità nella sua vita sentimentale, e … ma non svelerò altro della trama.

Concludo invece con un estratto, tratto dal primo capitolo:

Estelle, quarantadue anni, aveva aperto il Café Crumb
cinque anni prima, subito dopo il divorzio. Il matrimonio le
aveva lasciato l’impressione che la sua identità fosse stata
progressivamente inghiottita dal ruolo di moglie e madre,
così quando lei e Ted si erano separati (rendendosi conto che
se la cavavano molto meglio come amici che come marito e
moglie), Estelle aveva deciso di fare qualcosa per sé.
E l’aveva fatto, si disse piena di orgoglio, guardando il
caffè con le sue tovaglie a quadri bianchi e rossi, una gerbera
rossa in un vaso bianco su ogni tavolo. Si stava avvicinando
l’orario di chiusura e tutto era pulito e ordinato, la vetrina
con l’invitante selezione di torte e pasticcini ormai vuota.
Non sarà nulla di speciale, però è mio, pensò Estelle
compiaciuta.
Ma per quanto tempo ancora? si chiese con un brivido
contemplando di nuovo le cifre deprimenti che sembravano
oscillare davanti ai suoi occhi stanchi.
Certo, aveva alcuni clienti fissi – gli uomini d’affari che si
concedevano un latte macchiato e un croissant prima di affrontare
la trasferta giornaliera al centro di Bristol; le mamme
sprint, giovani, belle e impeccabili, che si fermavano a
fare quattro chiacchiere, bere un tè verde e sbocconcellare
un muffin ipocalorico dopo aver accompagnato i figli a
scuola; l’orda in pausa pranzo che divorava montagne di
sandwich; e i pensionati del pomeriggio, fedeli all’irrinunciabile
rito del tè con i pasticcini –, eppure a quanto pareva non
bastavano più.
Se fosse stata costretta a chiudere, concluse Estelle osando
a malapena prendere in considerazione quell’eventualità,
avrebbe perso anche la casa, l’appartamento sopra il locale
dove viveva insieme a Joe. Povero Joe. Era un bravo ragazzo,
ma stava attraversando quella fase in cui cresceva a vista
d’occhio e i vestiti non gli entravano per più di un mese. Lui

cercava di non chiedere troppo, però Estelle sapeva come
funzionava a quell’età: per essere accettato dovevi avere le
scarpe da ginnastica giuste, il modello di cellulare appena
uscito, la console di ultima generazione. Tutte cose terribilmente
costose.
Con una certa ansia, Estelle prese una fetta di torta al limone,
ne staccò un pezzetto e se lo mise in bocca. “Mmm,”
mormorò soddisfatta. Era soffice, con un sapore deciso e delizioso,
preparata a regola d’arte. Almeno le sue doti di pasticciera
erano fuori discussione. Doveva soltanto trovare il
modo di dimostrarlo, convincere la gente a varcare la soglia
del caffè…
Un movimento sull’altro lato della strada catturò l’attenzione
di Estelle, che guardò oltre la vetrina cosparsa di goccioline
di condensa. Fuori era già buio, ma nella luce ambrata
del lampione vide due persone uscire dalla Bainbridge
Books, la libreria indipendente del quartiere.
Con un tuffo al cuore, Estelle riconobbe i proprietari,
Mary e Alan Bainbridge, che chiudevano la porta del negozio
per l’ultima volta. Sul marciapiede c’erano alcuni scatoloni
di libri – quelli di cui non erano riusciti a sbarazzarsi
nemmeno durante i saldi per cessata attività –, e anche da
lontano Estelle si accorse che, mentre Alan tirava fuori le
chiavi dalla tasca, Mary aveva le lacrime agli occhi.
D’istinto, Estelle prese una delle rigide scatole bianche
da pasticceria dallo scaffale alle sue spalle, quelle riservate ai
clienti che spendevano molto, e iniziò a riempirla con un assortimento
di dolci: due fette di torta alle noci pecan, una
generosa porzione di torta allo zenzero, un paio di ciambelle
ricoperte di glassa e confettini colorati. Oh, e anche un paio
dei suoi brownies speciali, quelli al doppio cioccolato. Alan
ne andava matto.
Estelle afferrò in fretta la scatola e si precipitò fuori facendo
tintinnare la campanella alle sue spalle.

“Vi ho portato questi,” li salutò mentre attraversava la
strada, e consegnò la scatola a Mary.
“Grazie, Estelle,” disse la donna con voce rotta. “Sei
molto gentile.”
“Vero,” le fece eco Alan, prendendo la scatola dalle mani
della moglie e sbirciando all’interno.
“Mi dispiace così tanto che ve ne andiate,” continuò
Estelle con aria impotente, desiderando poter fare di più.
Mary e Alan gestivano la Bainbridge Books da oltre trent’anni,
ma ormai non potevano più permettersi di restare aperti.
Si sarebbero trasferiti nel Devon per stare vicino ai nipoti e,
anche se Estelle sapeva che già da tempo progettavano di
ritirarsi dagli affari, di sicuro non era così che volevano farlo
– senza riuscire a vendere la loro attività, obbligati a chiudere
per mancanza di clienti. Uno spaventoso avvertimento di
quello che poteva succedere anche a lei se la situazione non
fosse migliorata alla svelta.
“Be’, dobbiamo farcene una ragione,” rispose con filosofia
Alan. “I tempi cambiano.”
“Mi mancherete,” disse Estelle, ricacciando indietro le
lacrime. Aveva sempre amato l’atmosfera di quella piccola
libreria accogliente e aveva trascorso molte ore felici in compagnia
degli ospitali proprietari, parlando di libri davanti a
una tazza di tè e a una bella fetta di Battenberg.
Mary scosse la testa, sconsolata. “Oh, abbiamo passato
momenti meravigliosi qui,” sospirò guardando dalla vetrina
il negozio abbandonato, con le pareti spoglie e le file di scaffali
vuoti. “Sai cosa mi mancherà di più?” confidò, gli occhi
lucidi dietro gli enormi occhiali. “Le chiacchiere quotidiane
con i clienti. Tutti pensano che leggere sia un’attività solitaria,
ma non deve esserlo per forza,” disse con decisione.
Estelle annuì, mentre Mary proseguiva, accalorandosi
sempre di più. “I libri migliori dovrebbero essere condivisi e
discussi, dibattuti. È una tradizione vecchia di secoli. La
gente ha sempre amato le storie. Oh, questo posto mi man-

cherà così tanto!” singhiozzò, asciugandosi gli occhi con un

fazzoletto di carta già umido.
Estelle avvolse Mary in un abbraccio rassicurante. Parole
sante, pensò, ricordando le conversazioni sul loro libro di
Jane Austen preferito o sui rispettivi meriti di Rochester e
Heathcliff in qualità di eroi romantici. Certo, si era ben guardata
dal confessare a Mary che stava leggendo Ten Sweet
Lessons, rifletté con un vago senso di colpa al ricordo del
tascabile sgualcito nascosto in fondo alla borsa.
All’improvviso Estelle si scostò bruscamente da Mary,
quasi avesse preso la scossa. “Trovato!” esclamò, con gli
occhi che brillavano e un’espressione raggiante.
“Trovato cosa, tesoro?” le chiese Mary, guardando il marito
con aria perplessa. Alan si limitò ad alzare le spalle e
fissò preoccupato Estelle, come se fosse impazzita.
“La soluzione ai miei problemi,” annunciò Estelle eccitata.
“Mary Bainbridge,” aggiunse gettandole di nuovo le
braccia al collo, “sei un genio!”