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Estate in giallo3: La confraternita delle ossa

Pubblicato settembre 8, 2016 da labiondaprof

Come ho già spiegato, sono entrata a far parte di un gruppo di lettura particolare: io e altri 99 appassionati abbiamo avuto la possibilità di leggere in anteprima il nuovo romanzo di Paolo Roversi, La confraternita delle ossa.

Oltre a leggere il libro in anteprima, abbiamo dialogato con l’autore, e sono nate delle iniziative molto belle: un blogtour, una serie di racconti ispirati al personaggio di Radeschi ed altre.

Una Milano nera, che lavora tanto, corre e produce; una Milano che vive anche di notte tra locali e ristoranti; una Milano che di notte vive ma che di notte uccide, anche.

Il libro è un prequel, cioè narra la prima indagine in cui il giornalista hacker Enrico Radeschi si trova coinvolto. Si ambienta nel 2002 e per certi versi, sembra un secolo fa: niente pervasività dei social, niente Facebook, gli walkman per ascoltare musica. Già però c’era l’ansia conseguente alla grande paura dell’11 settembre. Quando un aereo si schianta sul Pirellone (il grattacielo Pirelli), il primo pensiero corre ad un possibile attentato. In realtà non è così perché quello schianto ha a che fare con una serie di delitti inspiegabili. Come quello di un avvocato, ucciso in piazza dei Mercanti, che lascia uno strano simbolo proprio prima di morire? Un avvertimento? Una confessione? Un’accusa?

Proprio da questo simbolo partirà l’indagine di Radeschi, parallela a quella delle forze dell’ordine. E poi c’è anche una mantide misteriosa e bellissima, e una chiesa piena di ossa (esiste veramente, è la Chiesa di San Bernardino alle ossa). E un finale inaspettato.

Per chi conosce già il personaggio è interessante scoprire come è stato l’incontro tra lui e il cane Buk, come Radeschi abbia mosso i primi passi come hacker e come lui e Loris Sebastiani, figura fondamentale nelle successive avventure, si siano conosciuti.

Milano e il genere giallo: viene in mente Scerbanenco, ovviamente. Io ho adorato il personaggio di Duca Lamberti, perciò ho colto al volo il richiamo con il nome di un personaggio del libro di Roversi. Viene in mente anche Dan Brown, per la confraternita e l’alone di mistero che la circonda.

Di suo, Paolo Roversi mette una trama avvincente e convincente, un personaggio ben delineato come Enrico Radeschi e una vena di ironia che a Milano può avere solo un provinciale (non me ne vogliano i milanesi di Milano-Milano da 7 generazioni).

La confraternita delle ossa – Paolo Roversi

Titolo: La confraternita delle ossa

Autore: Paolo Roversi

Editore: Marsilio

Collana: Farfalle/I gialli

Genere: giallo

Pagine: 396

Data di pubblicazione: 8 settembre 2016

Su Amazon :https://www.amazon.it/confraternita-delle-ossa-Paolo-Roversi-ebook/dp/B01JLW19IE

Tutte pazze per Frozen!

Pubblicato gennaio 4, 2015 da labiondaprof

Premesso che se non avete mai sentito la canzone-inno Let it go, cantata da Elsa in Frozen, forse vivete nelle caverne o su una colonna come un anacoreta, direi che possiamo spendere due parole sul successo planetario della Disney.

Il film è uscito nelle sale un anno fa, ha incassato più di ogni altro film della Disney (un miliardo e trecento milioni di dollari in tutto il mondo); il merchandising ha permeato il mondo dell’infanzia, soprattutto delle bambine dai tre ai nove-dieci anni, e la bambola Elsa, negli Usa, è stata la più venduta per Natale, superando anche la mitica, ma un po’ datata Barbie.

Come sapete, la storia di Frozen si ispira alla Regina delle nevi, una fiaba di Andersen. In realtà,  con un’operazione simile a quella effettuata con il film Rapunzel, la storia originaria fornisce solo alcuni spunti e suggestioni, perché poi tutta la trama prende ben altra direzione. Non ci sono più due amici, Kay e Gerda, bensì due sorelle, Elsa e Anna; non c’è più il personaggio cattivo della Regina delle nevi perché la stessa Elsa è la “buona” e la “cattiva”. Elsa, infatti, è una buona figlia e una sorella gentile, ma non sa gestire il suo potere e quindi può fare del male, anche e soprattutto alle persone che ama di più.

Rimane, della storia di Andersen, la potente immagine di un cuore ghiacciato, cioè di un cuore che non sa amare. Nella fiaba di Andersen, la Regina delle nevi ghiaccia il cuore di Kay, e solo l’affetto di Gerda potrà liberarlo dall’incantesimo; nel film della Disney, invece, Elsa ghiaccia senza volerlo il cuore di Anna, e solo l’amore reciproco tra le due sorelle sarà in grado di rompere il ghiaccio che paralizza Anna e la conduce quasi alla fine.

Elsa, fin da piccola, ha il potere di creare il ghiaccio e la neve ma non sa controllarlo, né gestirlo; per questo motivo si isola dal mondo, e soprattutto dalla sorellina. Anna cresce sola, con il ricordo dell’affetto infantile e dei giochi tra sorelle.

Sarà lei ad affrontare la grande prova: cercare Elsa, che è scappata e si è isolata nel suo castello di ghiaccio, per convincerla a tornare a palazzo e riprendere il suo ruolo di regina (anche perché, come è tipico delle fiabe, i genitori ben presto sono morti). Anna ha un aiutante, anzi tre: un giovane che vende ghiaccio, la sua renna e un simpatico pupazzo di neve, creato da Elsa e simile a quello che costruivano da piccole, di nome Olaf.

Anche Elsa affronta una grande prova: smettere di nascondere il suo potere per paura delle conseguenze, ed impugnarlo con forza, imparando ad usarlo per costruire invece che per distruggere.

Cosa piace così tanto ai bambini, e alle bambine?

Il valore dei legami familiari: alla fine, il gesto di vero amore che salva Anna non è il bacio di un principe (impostore e interessato, tra l’altro), ma il ritrovarsi delle due sorelle.

Il percorso di crescita di entrambe le sorelle: come in tutte le fiabe, alla fine il bene trionfa e il male viene sconfitto; inoltre, le due protagoniste hanno affrontato le loro paure e sono cresciute. Elsa non nasconde più il suo potere e lo usa per fini positivi, mentre Anna non si illude più che ci si possa innamorare in un giorno, perché ha capito che il vero amore si costruisce con il tempo e la fiducia.

In particolare, la canzone-inno di Elsa, quella che anche la Biondina canta a squarciagola da mesi, Let it go, è un inno alla conoscenza di se stessi, alla capacità di accettare le proprie caratteristiche, di essere un individuo autentico e non quello che gli altri si aspettano. Il processo di “liberazione” dalle aspettative sociali, familiari, comportamentali di Elsa è travolgente: mentre canta, crea un palazzo di ghiaccio e ne fa la sua casa, contemporaneamente si libera di un vestito regale ma austero, e di una pettinautura raccolta che costringe i suoi capelli. Quindi, con i capelli più sciolti e un vestito azzurro cielo, scollato e con un favoloso spacco da diva dei musical, Elsa è pronta a dire del suo potere “Non è un difetto, è una virtù…”.

Altro che principe azzurro: quello arriverà, o forse no, ma ormai la ragazza non ha più paura, e può vivere la sua vita.

Come, del resto, in tutte le fiabe che si rispettino.

Piace solo alle bambine? Non direi, guardate qui

 

Domande e risposte

Pubblicato gennaio 31, 2014 da labiondaprof

Prendo spunto da una lettera pubblicata su Italians, del Corriere della Sera:

http://italians.corriere.it/2014/01/31/come-spiegare-lolocausto-ai-nostri-ragazzi/

Il lettore, documentato sulla Shoah, si chiede quando iniziare a spiegare alla figlia quanto accadde nella Germania nazista.

Io posso dire che a mia figlia, sei anni, non credo dirò nulla per almeno un altro anno. La vedo ancora piccola, nel suo mondo di Barbie, Principesse e Little Pony. Un mondo rosa, glitterato e scintillante, dove le uniche piccole preoccupazioni sono imparare la filastrocca a memoria per la maestra, non perdere la lezione di ginnastica artistica a causa dei continui raffreddori, imparare i numeri in inglese.

Però a scuola... sì a scuola parlo della deportazione, spiego l’antisemitismo, leggo i versi di Primo Levi, le pagine di Anna Frank, rispolvero persino Guccini (la canzone del bambino nel vento piace sempre, devo dire), riguardo con i miei alunni Train de vie, La rosa bianca.

Insomma, faccio il possibile per raccontare, spiegare, documentare. Poi, non in tutte le classi, non ogni anno, ma quasi ogni anno, arriva la domanda che mi taglia le gambe e il respiro.

Quella, proprio quella di chi ha ascoltato, ha capito quando, dove, come, e quanti morti, e le cause storiche, sociali, politiche… e poi ti pianta gli occhi in faccia e ti chiede “Sì, ma perché?”

E intende “Va bene gli ebrei come caprio espiatorio, e la crisi economica, e la Germania dopo la Prima Guerra, e l’odio sociale, e gli ebrei ricchi… ma perché lo sterminio? Perchè la follia applicata con sistematicità? Perché i bambini? Perché i vecchi? Perchè? A chi doveva portare vantaggio?”

E lì, proprio lì che viene il difficile.

E sarà lì che arriverò con mia figlia. Ma non ora, non ancora.

Santa Claus is coming & the Boss

Pubblicato dicembre 25, 2013 da labiondaprof

Dopo ore di antipasti, primi, secondi, lenticchie, mandarini, frutta secca, pandori e creme al mascarpone, cenone e pranzo di Natale consumati:

  1. non voglio più mangiare fino al Ferragosto del 2014
  2. non voglio più una littlepony o una Barbie tra i piedim né stickers glitterati
  3. non voglio più carole natalizie e campanellini

Quindi, un po’ di Boss, a tema, comunque:

Enzo Jannacci: Romanzo popolare, Vincenzina e la fabbrica

Pubblicato marzo 31, 2013 da labiondaprof

Enzo Jannacci mi piaceva, da sempre. E il film Romanzo popolare mi ha commosso, fatto divertire. E ancora commosso. Un Tognazzi superlativo, una Muti bellissima e giovanissima, un Placido giovane e già bravo. E una Milano mai così grigia, umida, popolare. Chi, come me, ha preso il treno per Milano per anni e anni, sa cosa sono la nebbia, il grigio, i binari di Lambrate o Centrale, la faccia stanca dei pendolari, i tram e quell’atmosfera della Milano che lavora, corre corre corre e finisce per voler bene alla fabbrica.

Ripropongo qui la scheda del film Romanzo popolare, che avevo scritto per la Rassegna cinematografica del mio comune in occasione del 150esimo anniversario dell’unificazione d’Italia.

Titolo                           Romanzo popolare
Paese                            Italia 
Anno                            1974
Durata                        102 min
Colore                          Colore
Audio                           Sonoro
Genere                        Commedia
Regia                            Mario Monicelli
Soggetto                    Age, Scarpelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura      Age, Scarpelli, Mario Monicelli
Produttore               Edmondo Amati per Capitolina Produzioni
Fotografia                Luigi Kuveiller
Montaggio               Ruggero Mastroianni
Musiche                     Enzo Jannacci
Scenografia            Lorenzo Baraldi

Interpreti e personaggi

Ugo Tognazzi: Giulio Basletti
Ornella Muti: Vincenzina Rotunno
Michele Placido: Giovanni Pizzullo
Pippo Starnazza: Salvatore
Nicolina Papetti: Moglie di Salvatore
Alvaro Vitali: L’autista
Vincenzo Crocitti: Maronati

Premi: David di Donatello 1975 per la migliore sceneggiatura

Giulio Basletti (Ugo Tognazzi) è un operaio metalmeccanico, impegnato nel sindacato, che abita nell’ hinterland milanese; ha cinquant’anni, è scapolo ed è tifoso del Milan. Un giorno incontra Vincenzina (Ornella Muti), una ragazza meridionale giovanissima, che lui stesso diciassette anni prima aveva tenuto a battesimo. Vincenzina si è trasferita a Milano; Giulio se ne innamora e la sposa. Ben presto nasce un figlio. Vincenzina comincia ad adattarsi alla mentalità più aperta della grande città e Giulio sembra aver trovato la serenità familiare, assicurando a moglie e figlio un certo benessere: l’appartamento nuovo, il frigorifero, la televisione e l’utilitaria. In seguito ad una manifestazione, Giulio conosce Giovanni (Michele Placido), un poliziotto di origine meridionale, e ne diventa amico. Giovanni inizia a frequentare la casa di Giulio; Giovanni e Vincenzina si innamorano ed iniziano una relazione clandestina. Quando Giulio scopre di essere stato tradito sia dalla moglie che dall’amico, dapprima cerca di accettare la situazione e di controllare le proprie reazioni; dopo aver però ricevuto una lettera anonima, scritta in realtà da Giovanni, non riuscendo più a sopportare il dolore e la frustrazione, perde la testa. Caccia di casa Vincenzina e il figlio, e poi tenta il suicidio. La donna, stanca di essere contesa dal marito e dall’amante come una proprietà, inizia insieme al figlio una nuova vita indipendente. Anni dopo, marito e moglie si rivedono: Giulio è ormai andato in pensione mentre Vincenzina, che ha sempre lavorato, è diventata capo reparto e membro del consiglio di fabbrica di un’industria di abbigliamento. Giovanni invece, ancora in polizia, si è trasferito e ha sposato un’altra donna. La storia si conclude con un riavvicinamento tra Giulio e Vincenzina.

Monicelli scrisse la sceneggiatura con Age & Scarpelli, mentre i dialoghi in dialetto vennero rivisti da Enzo Jannacci e Beppe Viola, famoso giornalista, scrittore e umorista (autore anche di canzoni con Enzo Jannacci e protagonista di un cameo nel film). Importante nel film è infatti la connotazione del linguaggio dei diversi personaggi: Giulio con il suo accento milanese e il suo linguaggio tipicamente politichese (da sindacalista), spruzzato di metafore sportive; Vincenzina con il suo linguaggio da fotoromanzo, espressione di una gioventù priva di strumenti culturali; Giovanni, con il suo linguaggio fortemente impregnato di inflessioni dialettali meridionali.

Romanzo popolare è una commedia ironica, ma al contempo malinconica. In questo senso, l’ambientazione è fondamentale: il regista presenta una Milano grigia e brumosa, fatta di casermoni, una Milano popolare, che vive tra giornate di lavoro in fabbrica, domeniche allo stadio a tifare Milan, serate con gli amici.

Il film tocca temi che ben esprimono la fase storica degli anni Settanta: l’impatto tra Nord e Sud in seguito alla forte emigrazione interna e alla difficile integrazione dei lavoratori meridionali nelle grandi città del Nord; le lotte sindacali e l’impegno nelle fabbriche della classe operaia ma anche il nascere di quella che Pasolini chiamerà l’omologazione culturale e sociale; l’emancipazione femminile e la presa di coscienza delle donne come lavoratrici e cittadine, consapevoli di non essere più destinate ad essere solo figlie, mogli e madri; una modernizzazione dei costumi accettata a parole, ma difficile da vivere nella pratica quotidiana e nella propria dimensione privata.

Lo stesso Monicelli ebbe a dire, parecchi anni più tardi: «Con Romanzo popolare ebbi molte soddisfazioni, perché in tutti i dibattiti che si fecero sul film, a Milano o a Torino, i partecipanti dicevano sempre: ‘Finalmente nel cinema italiano si vede un operaio com’è veramente, con dei lati anche divertenti, con una cordialità: degli operai che fanno l’amore, che litigano, che hanno anche i loro problemi da risolvere sul piano sindacale’».

Romanzo Popolare fu uno dei maggiori successi della stagione 1974-75, incassando più di un miliardo e mezzo di lire dell’epoca nelle prime visioni, sicuramente anche grazie alla straordinaria prova d’attore di Ugo Tognazzi che, rafforzato dall’esperienza con Marco Ferreri, porta sul grande schermo un personaggio complesso e dai sottili risvolti psicologici. La canzone “Vincenzina e la fabbrica”, colonna sonora del film, rappresenta una delle migliori poesie in musica di Enzo Jannacci.