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#Giornatamondialedellapoesia: caviardage e alunni

Pubblicato marzo 21, 2015 da labiondaprof

Oggi, 21 marzo, è la Giornata mondiale della Poesia.

La poesia, a scuola, è spesso vittima di un insegnamento caratterizzato da tecnicismo: conta le sillabe, e individua lo schema metrico, e sottolinea le figure retoriche, e fai la parafrasi, e trova le assonanze. E il tema, il messaggio, il significato. Il testo, il contesto e il paratesto.

Insomma, a volte bisogna risalire alle fonti: poesia come musica, ritmo, parola.

E allora, ecco la tecnica del caviardage. Ricetta:

-Si prende una poesia, magari attinente ad una tematica studiata (nel nostro caso, l’Amore). Anzi, tante poesie, così il lavoro è più vario: più testi poetici, di autore diversi, di diversi periodi e stili. Ma tutti sullo stesso argomento.

-Si stampano, su foglio bianco, con un carattere grande

-Si distribuiscono agli alunni, dotati di forbici, carta, colla e colori

-Si spiega la tecnica del caviardage

– Si lasciano liberi di sottolineare, colorare, annerire, pasticciare creativamente quella che è diventata ormai la loro nuova poesia

Ecco i risultati:

alessia

clara

elisa

francescoglorialavpreetmaneshnicolesimone

Non era questo.

Pubblicato dicembre 15, 2014 da labiondaprof

Non era questo il post che dovevo scrivere: ieri avevo preparato un post carino sulla Biondina e Santa Lucia. Glitter, regali, gioia e famiglia. Leggerezza, magia del dono e rosa, tanto rosa.

Invece, ieri mattina, la notizia che in un attimo fa il giro del piccolo comune: sabato sera una ragazza che ha frequentato la mia scuola, anche se non le mie classi, è morta.

A 17 anni. Nel solito maledetto incidente stradale.

Non era stata mia alunna, ma in una scuola piccola come la mia alla fine, tra laboratori e supplenze, gli alunni li conosci tutti. Me la ricordo bene: bella, un sorriso aperto e quasi sfacciato, e tanta voglia di crescere.

Da quando insegno, è la terza volta che succede: ex alunni o comunque ragazzi che conoscevo, di comuni diversi. Morti diverse, ma sempre l’imprevisto, il fatto inaspettato, lo schianto.

Da giovane, intendo ventenne o poco più, mi era già capitato: due ragazzi che conoscevo, uno morto e uno gravemente ferito (mio vicino di casa), e una ragazza, giovanissima.

Ma poi, da adulta, è sempre peggio: quando li hai visti ragazzini, sorridenti, allegri, magari qualcuno un po’ ribelle ma ancora “piccoli”… è difficile da mandar giù.

Che brutto lunedì.

 

 

L’inverno del nostro scontento: febbraio corto e amaro

Pubblicato marzo 2, 2013 da labiondaprof

camminare1Sono stata assente non perché intenta a crogiolarmi in qualche spiaggia caraibica, purtroppo, ma perchè l’inverno del nostro scontento non è ancora finito. E dire che sto vivendo un periodo difficilino è come dire che Grillo è un comico abbastanza benvoluto dalla gente. Conto di rialzarmi, faticosamente però, come la piccola bionda della fotografia.

Allora, il dono della brevitas, come dice Severgnini, credo di averlo sempre avuto, quindi andrei per sommi capi, alla Bridget Jones, orsù:

Fidanzati/mariti: Uno, molto impegnato. Passa da casa con la stessa frequenza della cometa di Halley.

Figli: Una, che ha ballato vestita da principessa con una mostruosa allergia tipo peste bubbonica nel ponte di Carnevale, che ha ben pensato di trascinare una tossetta stizzosa nei giorni più pesanti di lavoro, alternandola piacevolmente a brevi puntatine di febbricola. E quest’anno sono rose e fiori rispetto all’inverno scorso.

Lavoro: Uno ufficiale, la scuola. Ecco, diciamo: altro che 18 ore settimanali… e mi fermo qui solo per evitare moccoli vari. Il blog, la scrittura, le collaborazioni: tutto fermo. Dovevo prima sopravvivere alla rogna di febbraio.

Hobby: chi li ha visti? Acquagym, lettura, moda? Parole oscure come le profezie di Nostradamus.

Kg persi/o messi: boh. Dovrei avere il tempo di pesarmi.  Orari strani e alimentazione varia, più che varia, schizofrenica. Bevo brodo come una nonnina di 90 anni. Poi però mangio patatine come un’americana al Drive in.

Libri letti: uno. Solo uno… però mi è piaciuto molto, ne parlerò in uno dei prossimi venerdì del libro, se ce la farò.

Capelli: dopo settimane di meditazione, e mille appuntamenti rimandati (neve, malattia, ancora neve, allergie della Biondina, febbrine della stessa…), un taglio nuovo e un colore un po’ più chiaro. Per andare incontro alla primavera, se Iddio vorrà che arrivi, con un taglio che non mi faccia sembrare Susanna Camusso, con tutto il rispetto.

Auto: – Una. E qui vorrei evitare di rendere il mio blog una sequela di madonne, sacramenti, parolacce e cruente imprecazioni. Ma io auguro ai ladri della mia povera macchinina quello che Alex Drastico augurava ai ladri del suo motorino, e anche qualcosa in più. Perché Alex Drastico era cattivo, ma io lo sono di più.

Voti: tre. Tre ne ho dati, domenica scorsa. Appiedata e sotto la neve. Incattivita e indecisa fino all’ultimo.

Paese ingovernabile: Uno. L’Italia.

Progetti per il futuro: uscire dal tunnel, grazie. Io, e magari anche l’Italia.

Ancora le 24 ore: all day long

Pubblicato novembre 14, 2012 da labiondaprof

Allora, per Profumo e per chi dice che 18 ore settimanali di lezione frontale sono poche, potrei raccontare che:

  • oggi è il 4°  mercoledì di seguito che sono a scuola dalle 15 alle 18. Perché?Consigli di classe, riunione per elezioni dei rappresentanti dei genitori, corso di affettività obbligatorio, progettazioni di classe.
  • che ho un pomeriggio fisso di lezione, e tutte le mattine impegnate. Già, perché le ore buche si passano a correggere, preparare lezioni e verifiche,verifiche personalizzate, graduate e carte su Pep, Gite, Corsi affettività, Corsi dipendenze, Corsi alla cittadinanza e altre cartacce che il diavolo se le porti
  • che io ricevo il lunedì, ma ho mamme che lavorano e mi chiedono se possono venire a colloquio con me il sabato, o dopo le 13, o il pomeriggio alla fine delle lezioni. Cosa faccio, dico di no? Però il mio dentista non mi dà appuntamento il sabato solo perché io lavoro. Lui è considerato un professionista, io una prof che, se vuole, può trovare tempo extra da “regalare” a genitori o colleghi o altro
  • che mediamente, dopo 4 ore di lezione di seguito senza poter lasciare le classi, andare in bagno, bere o mangiare, rilassarmi 3 minuti, smettere di stare in allerta insomma, sono più stanca di un’impiegata che magari, se il capoufficio non incombe 8 ore al giorno, lavora con calma, va in bagno quando vuole, nfila una telefonata personale, una pausa caffè e un giro su facebook. (o su siti di gossip).

Ma tutte queste cose le ho già lette in mille siti di insegnanti, a volte con tono simpatico e dissacrante, a volte con tono corporativo e lamentoso.

Invece, preferisco riferire un episodio fresco di giornata: un mio alunno, alla 3 ora di seguito passata insieme, dovendomi chiedere una chiarificazione su un esercizio, in tutta scioltezza mi si rivolge chiamandomi così: Mamma, ma… Poi si ferma, diventa rosso, tutta la classe ride e rido anche io. Lui sospira e poi sorride. E l’incidente si chiude così, con me che, ancora sorridendo, proferisco: No, ma dimmi, dimmi…

Che ne dice, Ministro? Non è il segno che forse gli insegnanti passano addirittura troppe ore a scuola? Al punto da essere identificati con una sorta di mamma putativa?

Puntualmente, almeno due volte l’anno, nelle classi prime si ripete questo episodio; una volta, anni fa, sono stata apostrofata con Papà…

Forse ero un po’ più autoritaria in quella classe, non so.

E ora, scusate, devo andare al corso di affettività.

Ah, per fare l’insegnante fannullona aspetterò il mio giorno libero, che non è diritto, ma solo prassi, perciò un anno c’è e l’anno seguente può non esserci più.

Inserimento e accoglienza: coccole e osservazione

Pubblicato ottobre 1, 2012 da labiondaprof

C’è qualcosa di sbagliato nel fatto che l’inserimento di mia figlia all’asilo (due anni fa nei piccoli), compreso di coccole, pianti e moccio in libertà, sia durato meno della fase dell’accoglienza di molte scuole medie che conosco?

Secondo me, sì.

Articoliamo. Nei giorni cosiddetti “dell’accoglienza” i professori non spiegano e non interrogano. Che fanno allora ? Che domande, accolgono: parlano, fanno parlare gli studenti, creano un clima disteso e sereno, si mostrano sorridenti e bendisposti verso gli alunni, possono leggere il regolamento del Consiglio d’Istituto e spiegarlo punto per punto, a volte propongono questionari sugli interessi degli studenti, mostrano i laboratori, le aule, la mensa, la palestra, i bagni. Accolgono come dei veri animatori di un villaggio vacanze, mostrando il meglio che la scuola può offrire: manca solo l’aperitivo di benvenuto…

Solo dopo qualche giorno si iniziano le attività predisposte per l’accoglienza ma guai ai professori se osano far lezione, cioè spiegare ed interrogare! Cosa devono proporre? Attività diciamo così esplorative, quali temi dal titolo “Cosa vi aspettate dalla nuova scuola?”(per le prime classi) o “Cosa vi aspettate dal nuovo anno scolastico?”(dalla seconda classe in poi). E ancora: cartelloni sui propri eroi (personaggi mitici, storici, o sportivi, cantanti etc), visione di film su temi particolari come l’adolescenza, la guerra, la condizione femminile, laboratori espressivi Insomma, per una settimana buona, a volte anche qualche giorno in più, a scuola non si fa scuola. Non nel senso che intendo io. E, finché vige la libertà d’espressione, e di insegnamento, penso di poterlo dire. E scrivere.

Io mi ricordo che il primo giorno delle elementari la maestra ci fece iniziare a scrivere la A, in stampatello e in corsivo. Alle medie l’insegnante di italiano ci fece presentare brevemente e poi ci fece fare delle prove di lettura. Alle superiori, Liceo Scientifico, l’insegnante di matematica ci spiegò il primo argomento di algebra e ci diede 24 espressioni da svolgere. Per il giorno dopo. Io lo dissi a casa, sconfortata, e mio padre mi disse: «Forse sono tante. Però hai voluto iscriverti allo Scientifico, lo sapevi che ci sarebbe stata tanta matematica, no?».

Nella scuola-villaggio vacanze di oggi, se un professore si sognasse di saltare la fase accoglienza e passasse subito a fare lezione, cioè spiegare e poi interrogare, verrebbe ostracizzato dai suoi colleghi, attaccato dai genitori e dovrebbe giustificare con il dirigente la sua mancata osservanza del protocollo di accoglienza. Poi si parla, a vanvera, di autonomia delle scuole e di libertà d’insegnamento.

Ci vogliono animatori, sorridenti e accoglienti.

Che poi, io sorridente e accogliente lo sono per natura, ma vorrei far capire loro, dal primo giorno, che a scuola si impara e si sta bene, non che si sta bene e si sorseggia il mojito…

Ex alunne, principesse e una biondina

Pubblicato luglio 19, 2012 da labiondaprof

In estate siamo spesso via. In questi ultimi giorni però siamo a casa, al paesello. E fa caldino, insomma, caldo vero, direi. Almeno per un’insofferente come me, che adora la montagna e il freddo.

Io e la Biondina siamo grandi frequentatrici di piscine e parchi. Piscina il pomeriggio, parco la sera. Così rivede un po’ le compagne dell’asilo o un amichetto, G., figlio di una mia cara amica.

A volte però capita che incontriamo le mie alunne, le ragazzine appena uscite dalla mia classe terza.

Non avendo più impegni, ora escono tutte le sere e in gruppo. Sciamano cinguettanti per il paesello e quando passano, sembra che si mangino la strada, in un tripudio di lucidalabbra, capelli lunghi e lisci, shorts e ballerine.

Sono belle, sono spensierate e hanno una voglia pazza di sentirsi grandi; è passato molto tempo, ma l’estate della terza media me la ricordo bene. Una terra di mezzo tra il rassicurante mondo delle medie e delle certezze e l’aspettativa, venata appena di un filo d’ansia, di un mondo nuovo che si sarebbe aperto a settembre, con l’ingresso nelle scuole dei grandi, le scuole superiori. E mi ricordo anche le prime sigarette, che per fortuna sono state anche le ultime. Una sorta di battesimo del fumo, per così dire.

Perciò le capisco. O almeno, così mi sembra.

Poi capita che le incontro al parco, ci salutiamo e … dopo 3 minuti mia figlia prende il pieno possesso della situazione. Chiede di giocare con loro, si fa rincorrere nell’erba, spingere sull’altalena, prendere in braccio. Poi le adula “Che bel nome, A.”, ha sussurrato dolcemente ad una di loro, che ha carinamente contraccambiato il complimento.

Da E. invece si è fatta rincorrere sulla collinetta, e scortare sull’arrampicata. Si è fatta aiutare a fare dei salti carpiati sull’arrampicata, mentre le raccontava dei suoi cartoni animati preferiti e sproloquiava di Rapunzel e dei suoi capelli. Poi, ero seduta poco lontano, ho visto E. afferrarla al volo per salvarla da un cagnolino invadente che forse voleva morderla o forse solo leccarla un po’. Scappavano e ridevano.

Ed ho provato una bella sensazione: le mie alunne, ormai cresciute, che sapevano relazionarsi con una bimba piccola e pestifera , ed erano attente, responsabili, capaci di stare con lei.

Come un cerchio, tutto al femminile, che si chiude.

La stessa sensazione che ho provato l’anno scorso, quando una mia ex alunna ormai al quarto anno di superiori era stata per due settimane all’asilo, per uno stage. Una mattina sono entrata nella classe della Biondina e l’ho vista là, seduta in mezzo ai bimbi. Bella, grande e felice di provare quello che forse sarà il suo lavoro.

E l’anno prima lo stesso episodio, con un’ex alunna che si è maturata quest’anno.

Un cerchio che si chiude, tutto al femminile, di cui sono contenta e un po’ orgogliosa di far parte.

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