papà e figli

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La gemella silenziosa: recensione

Pubblicato settembre 16, 2015 da labiondaprof

Quando un giorno si scatena una violenta tempesta, Sarah e Kirstie rimangono isolate. Nel buio, col solo mugghiare del vento ad ascoltarle, Kirstie alza gli occhi e sussurra: «Mamma, perché continui a chiamarmi Kirstie? Io sono Lydia. Kirstie è morta, non io». Sarah è devastata e il tarlo dell’errore comincia a torturarle l’anima. Cos’è successo davvero il giorno in cui una delle gemelle è morta? È possibile che una madre possa non riconoscere sua figlia?

(La gemella silenziosa di S.K. Tremayne, Garzanti.)

Il tema dei gemelli è, da sempre, frequentato in letteratura e dal cinema: dalle commedie alle tragedie, dai romanzi storici (La maschera di ferro di Dumas) agli horror (Shining, e ho detto tutto), ai thriller (Inseparabili).

I gemelli sono interessanti, inquietanti, affascinanti. Due persone dall’aspetto uguale: il tema del doppio, di due individui che sembrano interscambiabili, che comunicano tra loro fin da piccoli con una sintonia che sembra perfetta e autosufficiente.

La gemella silenziosa sfrutta benissimo il tema dei gemelli omozigoti, cioè quelli perfettamente identici.

Due bambine, due gemelle, una madre e un padre: un piccolo mondo felice. O così sembra.

Un giorno tutto questo va in pezzi: una delle due gemelle muore, cadendo da un balcone della casa dei nonni. La mamma è distrutta, la sorella sopravvissuta si sente sola e triste e il padre decide di affrontare la situazione cambiando radicalmente la vita di tutti loro: si trasferiranno su un’isola delle Ebridi, l’isola di Skye, dove lui possiede un vecchio cottage, appartenuto alla sua famiglia.

Ben presto però emergono inquietudini, tensioni tra Sarah (la moglie) e Angus (il marito). Non si amano più, e il rancore che provano l’uno verso l’altra sembra averli allontanati inesorabilmente. Ognuno sembra avere delle ragioni valide per non fidarsi più dell’altro. Inoltre, si aggiunge un fatto inquietante: la gemella sopravvissuta inizia a dire che lei in realtà non è Kirstie, come tutti credono, ma Lydia, la gemella che tutti hanno creduto morta. Anche il suo comportamento sembra compatibile con questa affermazione: è diventata più silenziosa, meno esuberante ed è interessata alla lettura. Insomma, è davvero sempre più simile a Lydia, la gemella scomparsa.

A questo punto la storia sembra prendere una piega paranormale, la madre inizia a chiedersi se aleggia attorno all’unica sopravvissuta la presenza dell’altra, o se Kirstie è solo confusa e ancora traumatizzata dalla perdita della sorella, l’essere che le era più vicino al mondo. L’essere identico a lei: bionde entrambe, con lo sguardo azzurro e la pelle chiara. Nate nel giorno più freddo dell’anno, le chiamavano Le Gemelle di ghiaccio

Nel frattempo Kirstie (o è davvero Lydia?) non riesce ad inserirsi a scuola, nonostante i tentativi anche della madre di creare dei legami con le compagne e le loro mamme, e soffre molto la solitudine sull’isola, mentre le tensioni tra moglie e marito si acuiscono sempre di più.

Per non arrivare ad un clamoroso spoiler, dirò solo che nulla è come sembra, in questa storia, e la verità emerge lentamente, superando gli “ami” gettati dall’autore (follia della madre, follia della figlia, persino il sospetto di un abuso, presenza della gemella fantasma…). Le ipotesi sulla vera natura della gemella scomparsa nascono nella mente del lettore man mano che la storia procede, ma la verità, assolutamente terrena, logica e “umana” sarà svelata solo nel finale, quando il punto di vista della narrazione sarà assunto definitivamente da Angus.

Una storia di amore e di dolore, di perdita e di accettazione, che colloca i personaggi in un ambiente naturale suggestivo ma difficile, anche questo un topos letterario, l’isola e la casa sperduta.

Un espediente che contribuisce a coinvolgere ulteriormente il lettore è la scelta di adottare due punti di vista diversi nella narrazione: a capitoli narrati dalla madre, al presente, si alternano capitoli al passato, narrati dal punto di vista del padre.

Nulla di nuovo, ma un mix di elementi ben mescolati, che ha il pregio di tenere desta l’attenzione del lettore fino al finale, non scontato ma, per chi ha esperienza di thriller, logico e congruente.

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#ioleggoperché-cita un libro 5

Pubblicato marzo 15, 2015 da labiondaprof

Ecco, è già domenica; la settimana è volata.

Sono arrivata sul podio, con la mia citazione di Malala, e ringrazio Aliceland.

Per la citazione di questa settimana, declinerò il tema “etica e morale” a mio modo. Mi erano balenati per la mente Oscar Wilde e la sua frase da Il ritratto di Dorian Gray: Non esistono libri morali o immorali come la maggioranza crede. I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto. Ed effettivamente questa citazione rispecchia proprio lo spirito di #ioleggoperché: si parlava di libri. Ma? Ma non ero del tutto soddisfatta.

Poi, tra le tante citazioni, ho scelto la più semplice: una promessa fatta è una promessa che va mantenuta. Perché? Perché sì, perché promettere implica che farai di tutto per tener fede alla tua promessa. Perché è giusto, perché è così, e basta.

Se poi si parla di un gatto, che deve insegnare ad una piccola gabbiana a volare… Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare.

Per l’iniziativa: #ioleggoperché

Congratulazioni al nuovo giudice, cioè iomemestessa. 

E alla seconda sul podio, tuttotace, il cui blog ho scoperto da poco.

Buona settimana.

 

#ioleggoperché: cita un libro e 8 marzo

Pubblicato marzo 8, 2015 da labiondaprof

L’iniziativa #ioleggoperché la trovate qui: #ioleggoperché.

Il mio post-citazione di oggi è da un libro recente, che nel mio lavoro di insegnante sta diventando un classico da proporre alle mie classi, in lettura integrale o antologica: Io sono Malala

“Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo” ‪#‎IoSonoMalala‬

Per l’8 marzo non potevo citare nulla di più bello: la storia di una ragazza coraggiosa, che ha avuto la forza di gridare al mondo intero il diritto di ogni bambino, e di ogni bambina, di studiare e diventare grande. In pace.

Ogni volta che propongo ai miei alunni il filmato del suo discorso all’ONU, riesco a dimostrare un certo aplomb… ma un punto, sempre, mi commuove particolarmente. Quando lei pronuncia:

One child, One teacher, One book and one pen can change the world. Education is the only solution.

Io sono Malala

#ioleggoperché poi scrivo: il mio libro

Pubblicato febbraio 21, 2015 da labiondaprof

#ioleggoperché poi scrivo… Questo è il mio libro

copertina1

 

 

#ioleggoperché: il mio primo post

Pubblicato febbraio 15, 2015 da labiondaprof

Partecipo all’iniziativa #ioleggoperché in vari modi: ho scritto una citazione e un post sul wall, altri ne seguiranno. Vorrei coinvolgere anche la mia classe terza, devo solo studiare il modo giusto per loro.

E ora, questa iniziativa della povna, che ho appena ribloggato: qui

Ho scelto una citazione da un libro che ho molto amato, da bambina: Ricordi di scuola. Uno dei regali, azzeccati come sempre, di mio padre. La storia di un maestro che poi divenne uno scrittore, ma che aveva amato profondamente la scuola, i suoi alunni e la sua professione.

Da piccola mi immedesimavo nei suoi alunni, mentre ora… beh, devo dirlo?

A volte il nostro lavoro può essere logorante: schiacciati dalla burocrazia, impantanati nelle storture di un sistema che a volte, palesemente, non funziona, in balia del dirigente di turno (e per fortuna che, a volte, ne arrivano di bravi e competenti), delle regole che cambiano in corso d’opera.

Ma poi. Poi ci basta entrare in classe, guardare i nostri alunni negli occhi e tutto ricomincia.

Ai miei alunni, di solito nelle classi prime, faccio leggere l’episodio della mosca: piace sempre.

Quindi: leggete, partecipate, citate. E, ancora una volta: leggete. Perché leggere fa vivere meglio.

Il manuale del giovane scrittore creativo: recensione

Pubblicato gennaio 31, 2015 da labiondaprof

Recensione Manuale del giovane scrittore creativo di Bianca Pitzorno

Non avevo mai letto questo libro di Bianca Pitzorno: un’autrice che, per ragioni personali ma anche professionali, apprezzo molto.

Si tratta di un libro dedicato ai bambini-ragazzini che amano leggere e scrivere, ma è semplice ed accattivante al punto da coinvolgere, secondo me, anche quelli più refrattari.

Suddiviso in agili capitoletti, ha per protagonista la bambina di Ascolta il mio cuore, ovvero Prisca Puntoni. Ogni capitolo, corredato da disegni tratti dall’album della protagonista, esplora una possibilità di scrittura: il gioco del romanzo, possibile anche con più giocatori, con cui mettere in successione delle carte che rappresentano personaggi e situazioni (il protagonista, la partenza…); l’acrostico per trovare il proprio nome d’arte; il gioco delle sostituzioni di parole all’interno di un breve brano ed altri ancora.

Per un adulto, una lettura rilassante che porta via un pomeriggio; per me, che insegno Italiano ai ragazzini delle medie, una vera miniera di idee. Per le mamme e per i papà, un modo intelligente per condividere momenti creativi e divertenti con i propri figli.

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Esiste anche la versione illustrata con Snoopy in veste di scrittore (Era una notte buia e tempestosa…) ma si trova solo usato o nei siti che si occupano di fumetti.

Ma vuoi mettere il bracchetto più creativo del mondo?

Con questo post partecipo, dopo lungo tempo ai venerdì del libro da homemademamma.

 

Tutte pazze per Frozen!

Pubblicato gennaio 4, 2015 da labiondaprof

Premesso che se non avete mai sentito la canzone-inno Let it go, cantata da Elsa in Frozen, forse vivete nelle caverne o su una colonna come un anacoreta, direi che possiamo spendere due parole sul successo planetario della Disney.

Il film è uscito nelle sale un anno fa, ha incassato più di ogni altro film della Disney (un miliardo e trecento milioni di dollari in tutto il mondo); il merchandising ha permeato il mondo dell’infanzia, soprattutto delle bambine dai tre ai nove-dieci anni, e la bambola Elsa, negli Usa, è stata la più venduta per Natale, superando anche la mitica, ma un po’ datata Barbie.

Come sapete, la storia di Frozen si ispira alla Regina delle nevi, una fiaba di Andersen. In realtà,  con un’operazione simile a quella effettuata con il film Rapunzel, la storia originaria fornisce solo alcuni spunti e suggestioni, perché poi tutta la trama prende ben altra direzione. Non ci sono più due amici, Kay e Gerda, bensì due sorelle, Elsa e Anna; non c’è più il personaggio cattivo della Regina delle nevi perché la stessa Elsa è la “buona” e la “cattiva”. Elsa, infatti, è una buona figlia e una sorella gentile, ma non sa gestire il suo potere e quindi può fare del male, anche e soprattutto alle persone che ama di più.

Rimane, della storia di Andersen, la potente immagine di un cuore ghiacciato, cioè di un cuore che non sa amare. Nella fiaba di Andersen, la Regina delle nevi ghiaccia il cuore di Kay, e solo l’affetto di Gerda potrà liberarlo dall’incantesimo; nel film della Disney, invece, Elsa ghiaccia senza volerlo il cuore di Anna, e solo l’amore reciproco tra le due sorelle sarà in grado di rompere il ghiaccio che paralizza Anna e la conduce quasi alla fine.

Elsa, fin da piccola, ha il potere di creare il ghiaccio e la neve ma non sa controllarlo, né gestirlo; per questo motivo si isola dal mondo, e soprattutto dalla sorellina. Anna cresce sola, con il ricordo dell’affetto infantile e dei giochi tra sorelle.

Sarà lei ad affrontare la grande prova: cercare Elsa, che è scappata e si è isolata nel suo castello di ghiaccio, per convincerla a tornare a palazzo e riprendere il suo ruolo di regina (anche perché, come è tipico delle fiabe, i genitori ben presto sono morti). Anna ha un aiutante, anzi tre: un giovane che vende ghiaccio, la sua renna e un simpatico pupazzo di neve, creato da Elsa e simile a quello che costruivano da piccole, di nome Olaf.

Anche Elsa affronta una grande prova: smettere di nascondere il suo potere per paura delle conseguenze, ed impugnarlo con forza, imparando ad usarlo per costruire invece che per distruggere.

Cosa piace così tanto ai bambini, e alle bambine?

Il valore dei legami familiari: alla fine, il gesto di vero amore che salva Anna non è il bacio di un principe (impostore e interessato, tra l’altro), ma il ritrovarsi delle due sorelle.

Il percorso di crescita di entrambe le sorelle: come in tutte le fiabe, alla fine il bene trionfa e il male viene sconfitto; inoltre, le due protagoniste hanno affrontato le loro paure e sono cresciute. Elsa non nasconde più il suo potere e lo usa per fini positivi, mentre Anna non si illude più che ci si possa innamorare in un giorno, perché ha capito che il vero amore si costruisce con il tempo e la fiducia.

In particolare, la canzone-inno di Elsa, quella che anche la Biondina canta a squarciagola da mesi, Let it go, è un inno alla conoscenza di se stessi, alla capacità di accettare le proprie caratteristiche, di essere un individuo autentico e non quello che gli altri si aspettano. Il processo di “liberazione” dalle aspettative sociali, familiari, comportamentali di Elsa è travolgente: mentre canta, crea un palazzo di ghiaccio e ne fa la sua casa, contemporaneamente si libera di un vestito regale ma austero, e di una pettinautura raccolta che costringe i suoi capelli. Quindi, con i capelli più sciolti e un vestito azzurro cielo, scollato e con un favoloso spacco da diva dei musical, Elsa è pronta a dire del suo potere “Non è un difetto, è una virtù…”.

Altro che principe azzurro: quello arriverà, o forse no, ma ormai la ragazza non ha più paura, e può vivere la sua vita.

Come, del resto, in tutte le fiabe che si rispettino.

Piace solo alle bambine? Non direi, guardate qui